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    Confessionale letterario

    confessionale letterario © regal

    Ascolta la diretta del 23 aprile 2007 con Fahrenheit (Radio3)

    Per festeggiare la Giornata Mondiale del Libro (23 aprile 2007) promossa dall'UNESCO, l'Associazione "Il Furore dei Libri" propone, tra le altre iniziative, un CONFESSIONALE LETTERARIO, raccolta di pensieri, racconti, sfoghi, lettere e opinioni sui libri, la lettura, gli scrittori e i lettori.

    Non nascondete le vostre più segrete passioni, liberatevi! Diteci tutto quello che sapete sui libri e non avete mai avuto il coraggio di dire! Quante volte l'avete fatto? E soprattutto perché continuate?

    Scrivete la vostra confessione nel "Confessionale letterario" presso la Biblioteca civica di Rovereto il giorno lunedì 23 aprile 2007 con orario 9.00-22.00, avrete a disposizione un computer o carta e penna. Potete anche scriverla direttamente nel Blog del Furore o inviarla per e-mail a segreteria@ilfuroredeilibri.org o confessionale@ilfuroredeilibri.org.

    Il confessionale è sempre aperto! Continuate ad inviarci le vostre confessioni via mail, saranno pubblicate sul sito.




    LE CONFESSIONI

    AUTORI:

    1. Letturista anonimo
    2. Rosellina d'Aprile
    3. Max 30
    4. Italo Bonassi
    5. Italo Bonassi
    6. Giuliana Raffaelli
    7. Giuliana Raffaelli Bonassi
    8. Dulcineadeltoboso

    9. Giovanni Mongini
    10. Elisa
    11. Bibliofila
    12. Bruno Zaffoni
    13. Brunamaria Dal Lago Veneri
    14. Massimo Baraldi
    15. Franca Eller
    16. Franca Eller

    17. Marco Bettini
    18. Ulisse senza Itaca
    19. Enzo Rocchi
    20. Lorenza
    21. Gabriella Valduga



     

    1.

    Confesso che questa idea del Confessionale letterario mi intriga non poco: ce n'è di gente che ha "buon tempo"!, e dal momento che mi trovo anch'io in questa condizione, ne approfitto e mi confesso.
    Confesso che odio (no, troppo importante, meglio "detesto"), gli scrittori in genere, i sedicenti poeti in sommo modo. Specie, e sono la maggioranza, quelli che non sanno scrivere, non possiedono nemmeno l'attrezzatura minima dello scrittore: l'ortografia. Per non dire della grammatica e della sintassi... Ma voi dareste da riparare un rubinetto ad un idraulico che si presenta magari bene, con la tuta stirata con la scritta IDRAULICO (ci sono degli individui che sulla carta da lettera e i biglietti da visita al posto del CAP hanno scritto "poeta" o "scrittore"), ma appena apre la sacca degli attrezzi ne tira fuori al posto della celeberrima pinza, uno schiaccianoci; al posto del mastice, una confezione di chewin'-gum; e al posto delle guarnizioni, due cerotti col buco marca Dr.Scholl's? Come minimo vi chiedereste: "Può esserci un vero artigiano senza gli attrezzi giusti?" E io vi rispondo: "Può esserci uno scrittore senza un minimo di attrezzatura di base?"
    "Certo!" è la risposta giusta: perché gli artigiani dello scrivere sono pochissimi, gli altri sono tutti "artisti".
    Ho frequentato, qualche volta, il "Furore". Confesso che ho peccato tantissimo: ogni volta che incontravo un poeta o una scrittice mi venivano dei brutti pensieri. L'altra sera c'era uno scrittore ("uno dei migliori scrittori di thriller", recitava la pubblicità, che sarebbe come dire un idraulico specializzato in brividi e gelate). Mi stavo preparando a qualche cattivo pensiero, ri-confesso il mio pregiudizio, ma mi sono ricreduto: non sarà stato un artista, ma il mestiere di scrivere lo possedeva tutto, almeno quello che si addice al narrare romanzescamente. Anche le motivazioni del suo fare il "mestiere" mi son sembrate abbastanza umane. Confesso che il poeta prigioniero della sua Musa, obbligato dalla Poesia a travasarsi sul foglio, costretto a scrivere perché non ha alternative mi terrorizza, anche se, confesso, in molti casi il dramma esistenziale si risolve in un innocuo spreco di carta e di inchiostro da stampa.
    Forse sto intuendo la strada della redenzione: chissà cosa farebbero, o come diventerebbero tutti i miei detestati scrittori se non potessero più scrivere... Quante famiglie in rovina, quante guerre potenziali, quanta più droga si stanno evitando grazie alla pratica della scrittura "artistica". "Péntiti! - dico a me stesso - Va, e sii più indulgente."
    Per penitenza scriverò tre sonetti, un haiku, due limerick e un poema ricavato da un articolo scientifico stampato a colonna con righe di quattro-sei parole ciascuna, depurato da congiunzioni e da altri nessi logici e orpelli sintattici, badando bene che le sillabe non si trovino casualmente in numero uguale per ciascuna riga (pardon, verso), e che la lettura a voce alta dello stesso, induca un'agitazione psico-motoria medio-lieve con conseguente estasi.

    Letturista anonimo


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    2.

    Scrivo con molta riluttanza perché ho perso una scommessa con la mia amica del cuore, che è socia di questo Furore. Così adesso confesso che sì mi piace scrivere e non mi importa niente di essere considerata una poetessa o una scrittrice. Scrivo storie d'amore, perché mi aiutano a sognare, e poesie tristi perché solo se qualche volta sei triste puoi tornare a sorridere:

    Grigio e nero il mio quadro l'ho voluto. /
    Una stilla di sangue l'ha macchiato /
    una lacrima un po' l'ha diluito. /
    Sul bianco della tela(un angolino /
    trascurato dal grigio del pennello) /
    un'ombra rosa. Amore?

    Sarà poesia, o come dice la mia amica, la pubblicità per uno smacchiatore?
    Confesso che questi pseudo cinici mi fanno una rabbia! Scrivere ti libera l'anima e non hai bisogno del permesso di nessuno per farlo. Oh, sì, quando senti qualcuno che apprezza quello che fai, ti senti al settimo cielo, ma molte volte dietro le belle parole puoi scorgere la convenienza, l'invidia, o semplicemente la buona educazione. Meglio non leggere mai a qualcuno quello che scrivi, o se lo fai, che sia qualcuno di cui ti fidi e dal quale potresti sopportare anche una piccola incomprensione. Io questo qualcuno lo sto ancora cercando (o aspettando?), intanto continuo a scrivere e se questa volta qualcuno sarà riuscito a leggermi è solo perché ho perso una scommessa. Con quest'ultima frase sono arrivata a 1400 battute, che era poi il vincolo della penitenza, va bene? Ciao a tutti, sono curiosa di vedere se c'è qualcun altro che avrà il coraggio di confessarsi!

    Rosellina d'Aprile


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    3.

    Perchè leggo? Confesso che me l'ha spiegato un amico. Attraverso la lettura vivo situazioni che non vivrei mai nella realtà: luoghi, tempi e personaggi che non potrei nemmeno immaginare. Lo scrittore mi mette in quei luoghi, in quei tempi e accanto a quei personaggi. Ogni libro è un viaggio pieno di sorprese in mondi sconosciuti, che come tutti i viaggi mi aiuta a conoscere meglio me stesso.

    Max 30


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    4.

    Il libro

    Entro in una luce d'interzona, dove
    l'incontro tra il libro e me lettore
    tra i chiaroscuri di una spazio chiuso
    nelle pagine scritte è aleatorio,
    e nel leggerlo m'inoltro come inerme
    tra immagini e parole atemporali,
    tenui o ridondanti, una sfilata
    d'idee che non è detto che le approvi.
    Leggo e rileggo, e tento di annientarle,
    distruggerle idealmente, ma è un'impresa,
    per sua natura il libro è distruttibile
    solo materialmente, se lo getti
    via nel cestino o se gli appicchi fuoco.

    Comunque sia, il libro ha la parola
    che dice, una parola senza replica,
    non posso dirgli no né contrastarlo,
    non c'è dialogo e neppure battibecco.
    Tutta una dissimetria tra me e il libro,
    mi dice le sue opinioni personali,
    io le saggio e le sondo, ma non posso
    esprimergli il mio parere, s'è contrario,
    perché ha una facoltà di persuasione
    verso di me che io non ho, e non posso
    controinformarlo e dirgli: Non è vero.
    E allora chiudo il libro e me ne vado
    a leggermene uno che mi dia ragione.

    Italo Bonassi


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    5.

    Il lettore modello

    (C'è chi ha come ideale un deperimento dell'autore, vorrebbe espungerlo dal testo e nello stesso tempo sogna una simmetrica espunzione del lettore reale e sostituirlo col lettore modello, che possa decodificare il testo e leggerlo diversamente, secondo sua coscienza.)

    Scindere il personaggio da un
    testo, espungerlo dal romanzo, e
    nella trama metterci al suo posto
    chi lo legge; sia il lettore a vivere
    la storia, pagina per pagina, a
    inserirsi capitolo per capitolo, a guisa
    di uno che balzi sopra un'auto in
    corsa sedendosi al volante, e la
    conduca là dove lui, e non
    l'autore, vuole.

    Un lettore che sia perciò un
    modello in grado di poter
    congetturare una trama tutta
    sua, particolare, come una storia
    personalizzata
    che sfugga all'intenzione
    dell'autore, ne adoperi le fasi più
    salienti per viverle a suo modo,
    da lettore, nel filo del romanzo, e
    lo impersoni a suo gusto e
    giudizio. Ogni lettore faccia e
    disfaccia il testo a suo volere,
    n'espunga tutto ciò che non gli
    piace, anche il titolo, se vuole. E
    lo scrittore si metta da una parte
    ad ascoltarlo, e impari pure lui
    come si scrive.

    Italo Bonassi


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    6.

    Libro randagio

    L'occhio individua scartoffie
    attorno a quelle boe che si chiamano
    "campane", e rintoccano a morte
    per la carta non più fragrante.
    Si butta ogni carta che fu,
    sgrondandola alla brava, senza
    l'ombra di un grande rimpianto. Ieri ho rinvenuto
    sul lastrico, frammischiato a carta degenere,
    una specie di Bibbia. Era un volume di prosa e poesia
    destinato al biennio superiore. A felice
    memoria del tempo, conteneva
    gli scritti dei grandi: Goethe, Leopardi, Poe
    e venivano di rincalzo Baudelaire, Cechov e Verga
    e vi figuravano, eterni, Svevo, Lee Masters, Ungaretti
    e Montale. Di stagione in stagione, si arrivava
    a Gadda, Pavese, Buzzati e perfino
    a Ginsberg, appena uscito,
    oltrepassando la soglia.
    Mi soffermo sul memorabile brano
    di Paolo Monelli, scritto in punta di penna
    attorno al "paese dei perduto
    orizzonte", il Delta del Po.
    Innamorata della carta ben scritta,
    insisto sull'amarezza sentita.
    Quel librone di parole pensate,
    associato alla discarica e stritolato dalle dentature d'acciaio!
    Noi, Italia, noi, "perduto orizzonte"
    d'ogni bel aire che rinfranchi
    e divenga pensiero, noi eravamo
    in quello stesso istante
    un brutale posto dove
    una summa di esperienze scritte venivano
    oltraggiosamente gettate alle ortiche.
    E qui chiedo subito scusa alle ortiche,
    piante sicuramente risentite. Adottai
    il libro randagio, divenuto
    figlio di nessuno,
    togliendolo dalle fauci - sempre voraci -
    del nulla decretato.

    Giuliana Raffaelli


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    7.

    Libri

    La nostra piccola casa
    è folta di libri che
    hanno un senso. Altri
    se ne aggiungono, quasi
    ogni giorno.
    Serbo per ciascuno la gratitudine
    dei navigatori in mare aperto,
    sommosse e alte le onde,
    la stella polare da presupporre,
    e l'ansia di chi cerca ragguardevoli
    compagni di viaggio e d'avventura.

    Giuliana Raffaelli Bonassi


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    8.

    L'odio nella mia famiglia non ha mai trovato lo spazio per rappresentarsi, forse è per questo che tutti noi perdiamo presto i denti.
    Attraverso i libri ho trovato il modo per esprimere il sentimento piu devastante che ho potuto provare.
    Odio una donna, una scrittrice, la vorrei morta tra mille tormenti. Entrando in una libreria ho trovato il suo ultimo becero saggio, il niente dietro le parole piu efficaci, tutto il suo opportunismo concentrato nel titolo che conquista.
    Ho comperato il libro e a casa, giorno dopo giorno, posso inventarmi l'oltraggio piu feroce su ogni misera pagina, su ogni oscena parola.
    Cucino gli spaghetti untuosi, la ricetta piu schifosa e li adagio soavemente sulla copertina
    sputo sulla seconda pagina dopo aver masticato aglio e acciughe
    strappo la terza in minuscoli pezzettini
    uso la quarta al posto della carta igienica.
    Io che non so uccidere permetto al mio cuore selvaggio il potere di guidarmi nel mare della ferocia, del "furore su un libro".

    Dulcineadeltoboso


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    9.

    Io vivo con i libri, li amo, li sfoglio, li leggo.
    Vorrei solo che questo amore coprisse ogni angolo del mondo.

    Giovanni Mongini


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    10.

    Confesso che se riesco a ritrovare il libro di storia dei miei anni giovanili mi prenderò la grande rivincita e gli strapperò le pagine ad una ad una per trasformarle in tanti aeroplaniniper far divertire ogni bimbo che mi osserva. Un aereo per Licurgo, uno per Solone, Temistocle poi, potrebbe andarsene a reazione. Ma la soddisfazione più grande sarà prendere l'autore e vedere il suo nome marcare un aeroplanini con tanto di elastichino e sollecitarlo, quel tanto che serve, per fargli fare una pernacchia. Farlo poi girare all'infinito solo su se stesso al ritmo del suo lungo pernacchiare. Già ogni pagina fine a se stessa, lasciando l'allievo nel pieno disorientamento...

    Elisa


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    11.

    Lui il bello, lui il bravo della scuola.Lui il frutto proibito per me che niente ero se non una giovane ragazzina commessa in un negozio di abbigliamento. Quanto mi affascinava il vederlo passare ogni giorno, puntuale, davanti al negozio.Io, mi affrettavo sempre per non perdere quell'appuntamento e precisa come un orologio a quell'ora aprivo la vetrina per sistemare la nuova camicia o l'ultima cravatta. Sognavo di vedergliele indossare, sognavo di vederlo entrare un giorno, sognavo di vendergli una camicia, un fazzoletto, la biancheria..fantasie fantasie di ragazza...quante..Mi immaginavo il suo stile che decisamente classico volevo trasformare in sportivo e viceversa...ed io li me ne restavo spesso con la cravatta in mano a guardarlo passare...un attimo...tanti attimi...giorni..mesi..e finalmente l'occasione. Insieme ad un festino ! Stavolta è la volta buona mi dicevo..finalmente potevo parlargli, sentire la sua voce e forse, perchè no? un ballo.Mi piaceva ballare, ma per il timore di perdere il suo invito quel giorno disdegnai gli inviti degli altri ragazzi.Sergio, questo il suo nome, non mi degnava di uno sguardo, in quanto a ballare mi accorsi che non era il suo forte...che delusione...ma volevo che mi vedesse, volevo dirgli il mio nome, volevo volevo e così lo avvicinai. Mi disse che era li per caso trascinato da un suo amico,ma che lui avrebbe preferito rimanersene a casa con i suoi libri.Libri?!cominciò a parlarmene, anzi si propose di prestarmene qualcuno. L'avrebbe fatto volentieri...Pensai alle mie cravatte, alle camicie, decisamente ero fuori strada. Così cominciai a leggere. ventimilaleghe sotto il mare...mah...ma per amore questo e altro. Indubbiamente altro dal momento che mi ritrovo a spolverare le sue libreria in qualità di moglie. Cari cari libri, che mi avete regalato la felicità.

    Bibliofila


    [torna a ELENCO AUTORI]

    12.

    Tutta colpa dei Vedovi Neri

    Il primo martedì di marzo toccò a me.
    Quando arrivai al Bar Colla, Renato detto Speedy Gonzales per i suoi trascorsi chicani stava già facendo le carte, ma nell'aria scevra di fumo vibrava una tensione niente male.
    "Che razza di tempo", dissi. " Quasi quasi me ne stavo a casa a guardare Ballarò."
    I dodici occhi e le tre barbe dei quattro Moschettieri mi fissavano in silenzio. A dire il vero non ho mai sentito né di occhi né di barbe che facessero altrimenti. Solo le mani di Speedy si muovevano su e giù, nella masturbazione rituale di ogni primo sacrosanto martedì del mese, mescolando carte dal dorso blu con carte dal dorso rosso.
    Fu Fulvio detto Fulvio o, in occasioni più rare, Fu perchè una volta, a quindici anni, era scappato di casa con la ragazzina che adesso è sua moglie e Chi l'ha visto? lo era andato a cercare...
    Sorry, ho perso il filo. Comunque fu Fu a puntare il suo ditone da contadino sulla busta in mezzo al tavolo.
    Un rettangolo di carta bianca sul marmo color vomito del tavolo (non so se Giallo di Mori o di Castione, lasciatemelo dire perché lavoro in un posto dove scolpisco lapidi e cose così. Apro parentesi... ah, è già aperta? Mi domando perché hanno eliminato i vecchi tavoli di quercia scurita dalle mezzelune di bicchieri di vino rosso sempre vuoti, per sostituirli con queste superfici da ospedale, dove anche il miglior ghirigoro disegnato da sete atavica è effimero come una farfalla).
    Scusate la disgressione. La busta era una normale americana, cm 11 x 22. Normale si fa per dire, ché sulla sua bella faccia bianca si stagliava la scritta "per Zarkov". Che sarei io, Bernardo Zardini, nice to meet you.
    Quando il gioco si fa duro, a me vengono le gambe molli. Così mi diressi verso il bancone e, dandomi un minimo di contegno, dissi a Mario, barista precario perché in prova:
    "Mi sono rotto, adesso devi dirci chi l'ha portata."
    Il tipo strabuzzò gli occhi: "Non ho mica il tempo di guardare chi entra e chi esce, sono nove ore che sto in piedi..."
    Non aveva tutti i torti, così tornai al tavolo e, con finta indifferenza, mi impossessai della busta.
    "per Zarkov" erano due parole... okay, lo so che lo sapete anche voi, intendo che erano proprio due parole. Stampate in corpo 12, carattere graziato, ritagliate da una rivista e appiccicate con lo stick.
    Lo stesso per la lettera, stesso corpo, stesso carattere. Mentre la estraevo, con l'aria di Mike Bongiorno che apre la busta con le domande, tutti quegli occhi e quelle barbe puntavano nella mia direzione. Feci quello che dovevo fare. Lessi ad alta voce... abbastanza alta, ché non mi sentissero ai tavoli vicini:
    | Zarkov | si | è fatto | Alice | l'anno scorso |.
    Oltre ai due occhi azzurri e alla nessuna barba di Alice (che non era una connessione per Internet) c'erano solo dodici occhi e tre barbe che potevano sapere dell'unica scappatella della mia vita recente, e le avevo davanti a me. Maledetti Moschettieri, me la pagherete, pensai.

    Da gennaio, ad ogni riunione mensile dei Moschettieri, era apparsa una lettera con rivelazioni che sarebbero state sconvolgenti per tutti, soprattutto per le nostre compagne, i nostri colleghi, i nostri datori di lavoro. Ma non per noi cinque.
    Per noi quelle indiscrezioni erano segreti di Pulcinella. I nostri incontri periodici, ogni primo martedì del mese al Bar Colla, erano sì dedicati a intense partite di briscola chiamata, ma anche all'autogossip. Come vent'anni prima, quand'eravamo anime libere e il solo problema era cosa-si-farà-da-grandi, piccole vanterie e grandi minchionate davano colore al nostro esistere in questo cul de sac ai confini dell'impero che è Querceto.
    Il primo a ricevere la lettera era stato Sandro detto Esse-esse, il perché è che la naja l'ha fatta nei carabinieri e un giorno ha avuto la spudoratezza di farsi una licenza in divisa. Diceva:
    | SS | ha | fregato | la ditta | non era | malato | ma | in ferie | a Londra |.
    In febbraio fu la volta di Marco detto Ipocondria, immaginate voi il motivo. Non vi dico cosa c'era scritto ché poi verba volant e non vorrei gli venisse la febbre. Certe cose è meglio che restino nel gruppo. Quella sera di marzo a briscola vinse Fulvio, 6 euro e 50. Tornai da Elena sorprendentemente lucido, per quello che avevo bevuto. Ma lei dormiva.

    Il colpevole è tra noi, pensai quel primo martedì di marzo, mentre tentavo di prendere sonno.
    Solo noi cinque avevamo la chiave degli armadi altrui, solo noi conoscevamo i ridicoli scheletri che vi si nascondevano.
    E solo uno di loro quattro poteva essere l'autore delle missive.
    Di Speedy ho già detto qualcosa, dopo qualche anno di scorrerie in giro per il globo terracqueo era tornato tranquillo tranquillo da mammà che tutte le settimane gli faceva gli gnocchi più buoni del mondo. Dai suoi viaggi si era portato un'arietta da guru saputello che sfoggiava nelle grandi occasioni.
    Fulvio lavorava nella vigna di famiglia fin da quando lo conoscevo, cioè dalle elementari. Quand'era scappato con Carmen ragazzina era già uno e novanta ma mi ricordo con quanta grazia le sue dita callose che avevano aperto due libri in tutta la vita le sfioravano collo, guance e quant'altro durante le festicciole della domenica. Fu è uno che se vede una soap si mette a piangere, ma è capace anche di incredibili cattiverie, formiche abbrustolite e rane gonfiate e cose così.
    Esse-Esse fa il mezzemaniche in una ditta di trasporti, è uno tosto che solo Irene e le due piccole, che adesso sono quasi maggiorenni, riescono a tenere a bada. E i libri: se non ha qualcosa da leggere è capace di sbattere la testa contro il muro. La tua, non la sua. Tanto che una volta accusò Fulvio di non avergli restituito un Segretissimo e dovemmo tenerlo in quattro per evitare che si facesse male.
    Ipocondria legge solo bugiardini, anche nelle ore che passa dietro lo sportello della banca cooperativa sotto casa. Conosce nomi e sintomi di tutte le malattie umane, animali e perfino vegetali, dalla spondilite anchilosante alla peronospora, dalla diverticolosi alla petecchia.

    Elena era ancora sotto le coperte, ma io mi ero svegliato con un tarlo che mi tarlava dentro e non ero stato capace di riprendere sonno; l'unica cosa che avevo ripreso era una seconda aspirina. Non per fare pubblicità, ma l'avete mai provata, dopo una notte di bevute?
    Se qualcuno dice di non aver mai fatto una notte di bevute prendo un'Urania e un paio di forbici e ritaglio: | bugiardo |...
    Urania?
    Mi sembrava che ci fosse qualcosa di familiare, nel carattere tipografico delle strip! Erano i vecchi bei caratteri di Urania, di Segre­tissimo, del Giallo Mondadori, quelli con in copertina le illustrazioni di Jacono, tutte uguali e tutte diverse, inserite in un cerchio rosso, quei caratteri facili da mandar giù, che sopportavano le due colonne per pagina tanto che riuscivo a leggere due o tre libri per sera, altro che adesso che quando apro un libro è come la coperta corta, mi si chiudono gli occhi in automatico.
    Nell'atrio estrassi dalla tasca del cappotto la lettera anonima e con la punta del coltello sporco della squisita marmellata all'ananas di Elena sollevai delicatamente un angolo della tessera più lunga, | l'anno scorso |, e la staccai.
    Sotto c'era scritto: |rdir entrò nel |.
    ..rdir, parte di un nome. Entrò, verbo. Nel, preposizione. Chi è ..rdir? O meglio, quale nome finisce per rdir? Urdir? Kawalardir? Ibn El Mordir? Nomi da elfi, nomi da extraterrestri... ragazzi, sono trent'anni che mi nutro di fantascienza & fantasy, non per niente mi chiamano Zarkov, che sarebbe l'amico di Flash Gordon.
    Le parole non erano state ritagliate da una rivista, ma da un libro di fantascienza. E c'è un solo ..rdir, nella fantascienza, o meglio tanti, un'intera popolazione di alieni: i Dirdir di Vance nel ciclo di Tschai.
    In quel momento seppi chi era il colpevole.

    Venne aprile, mese pazzerello più di marzo e comunque non ci sono più le mezze stagioni e questo dà la possibilità di scambiarsi opinioni cretine anche a certe vecchie mummie acide e incartapecorite che conosco.
    Comunque era un freddo della madonna anche il primo mercoledì di aprile. Mario barista precario l'avevano sbattuto fuori e al posto suo c'era una fanciulla che somigliava a Elena, solo più giovane e con più tette.
    I quattro, come al solito, erano arrivati prima di me, e Ipocondria stava smazzando le carte. E, come al solito, sul marmo del tavolo spiccava una busta bianca.
    Mi sporsi e lessi l'indirizzo: | per | Gonzalez |.
    "L'hai già aperta?", chiesi al guru.
    Speedy scosse la testa: "No, aspettavamo te".
    "Scommetto che con le tue doti divinatorie sei in grado di leggere quello che c'è scritto", dissi.
    Speedy in Mexico aveva conosciuto sciamani e stregoni e si piccava di possedere "la conoscenza", anche perché non disdegnava qualche canna di tanto in tanto.
    Si alzò in tutto il suo metro e settantasei e allargò le braccia, chiuse gli occhi e trattenne il fiato per cinque secondi.
    Poi lo lasciò uscire dalla bocca a cuore e con voce rauca mormorò: "Du... uomo biango... di poga fede... du avere sdrisciato macchina di tuo vicino di casa ber vendedda gondro sua moglie che gira in casa gon dagghi a spillo". Presi la lettera e l'aprii, ma non mi andava di fare il Mike Bongiorno, incazzato com'ero.
    I caratteri di Urania dicevano:
    | Gonzales | con | chiavi | striscia | automobile | di | vicino.

    Mi girai e guardai l'autore delle lettere negli occhi. Ammiccavano, dentro c'erano pagliuzze che sapevano di presa per il culo.
    Gli sparai un pugno dritto in faccia, e i suoi baffi si macchiarono di sangue. Barcollò ma non cadde, mentre mi sporgevo sul tavolo tentando di afferrarlo per la gola.
    "Che cazzo fai..." disse il colpevole tamponandosi il naso, mentre gli altri tre mi saltavano addosso.
    "Esse-esse..." sibilai. Ero fuori di me. "Tu sei l'unico che legge fantascienza, oltre a me. Tu sei quello a cui ho prestato Naufragio sul pianeta Tschai. E non me l'hai mai restituito!".
    Accuse pesanti.
    Esse-esse tentò una miserevole difesa: "Cosa c'entra... Speedy sapeva cosa c'era scritto, nella lettera".
    "Tutti lo sapevano cosa c'era scritto, anch'io... è l'unica cretinata che ha fatto negli ultimi vent'anni!"
    "Dai, è tutto uno scherzo", tentò di minimizzare Esse-esse.
    "Uno scherzo? Come cazzo ti è saltato di fare questi scherzi?". Urlavo. Singhiozzavo. Non capivo più niente.
    "In gennaio... ho googlato un sito su Internet. Vuvuvuivedovineripuntoit. Ho pensato a noi, ai Moschettieri... siamo come i vedovi di Asimov, ci troviamo ogni mese...".
    "Che vuoi dire?", chiesi quasi balbettando.
    "Irene voleva che buttassi via i libri vecchi, in casa non c'è più posto, con le ragazze che crescono. Allora mi è venuto in mente di mettervi alla prova, come facevano i vedovi... vedere chi avrebbe scoperto l'autore delle lettere.".
    Era affannato e ansante, ma lo disse quasi con orgoglio. In fondo il suo esperimento era riuscito. Mi divincolai con rabbia. Poi mi girai e raggiunsi l'auto parcheggiata nel piazzale del bar. Accesi il motore e mi diressi verso casa.
    Verso una casa vuota. Desolatamente, disperatamente vuota: Elena aveva scoperto la lettera con la storia di Alice dieci giorni prima e se n'era tornata da sua madre.

    L'unico vero vedovo ero io.

    Bruno Zaffoni


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    13.

    Accostarsi al confessionale

    Non amo confessarmi né dire a tutte lettere le mie letture, gli autori che mi sono indigesti, le mie passioni letterarie, le mie infatuazioni, i libri che mi hanno tradito, le letture galeotte e segrete, i luoghi dove leggo volentieri e la serie dei miei autori. Mi perdo, mi ritrovo, mi innamoro, carnalmente, sanguignamente, immoralmente di più libri alla volta, rimango affascinata, annichilita, desidero spasmodicamente di aver scritto io una certa frase e alle volte la rubo, me la rotolo sotto la lingua, la lecco e poi la infilo su una mia pagina. Non conosco libri innocenti perché ogni libro è una breccia nella mia intimità, anche i libri che a prima lettura, anzi a prima apertura, mi paiono stupidi, quelli che alle volte odio e poi forse mi piacciono. Mi sento continuamente colpevole di non fare abbastanza, di non leggere abbastanza, di non conoscere abbastanza. Ho poco tempo, tutto mi sta diventando remoto, rarefatto, non so se amo più le parole o i silenzi. Non so nemmeno, a posteriori, in che lingua ho letto. Mi piacciono i suoni che mi segnano il corpo: alcuni le mani o i piedi o la pancia o la testa. I suoni sono come l'acqua che mi affascina e mi fa paura, l'acqua che suona, sciaborda, canta, fischia, piange, ride, canta, accenna e nasconde, corrode e pulisce, trasporta e confonde. Mi piace invecchiare con i suoni, lasciarli entrare in me ed uscire da me carichi del mio profondo che io stessa non conosco. E poi trasformarli in parole? Ne vale la pena?

    Brunamaria Dal Lago Veneri


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    14.

    Quando si parla di libri a me ne viene in mente uno in particolare, "Il giovane Holden", perché nemmeno immagini quanto l'ho amato! La prima volta che mi è capitato tra le mani sono stato a lungo a rimirarmelo perplesso: chi l'aveva mai vista una copertina bianca, con tanto di riquadro e bianco pure quello?

    Allora passavo un sacco di tempo tra le pagine di Caldwell, Fitzgerald, Kerouac... abituato com'ero a storie di perdenti e fuggitivi, di sbevazzate e malinconie, Holden mi spiazzò davvero. La sua è una di quelle storie che sembra scritta apposta per tutti quei soggetti che non sai mai dove schiaffare, che sono ribelli senza esserlo, quelli che non si preoccupano di mettersi in testa un cappello da cacciatore se questo li fa sentir bene, che possiedono una bella valigia pur consapevoli delle implicazioni e conseguenze che ciò comporterà nella loro vita sociale.

    Un libro divertente e profondo, che ti parla come farebbe un amico. L'ho letto e riletto, e non contento me lo son pure messo nello zaino e di strada insieme ne abbiam fatta un sacco. Poi, dopo un pò di anni l'ho salutato e non l'ho visto più.
    Sai, all'epoca c'era questa ragazza, ed era proprio carina. Ci scambiammo i numeri e la sera mi teneva ore al telefono, quando attaccava a parlare non la piantava più... e se c'è una cosa che odio è il telefono.
    L'ho anche vista, naturalmente. l'andavo a prendere in macchina e poi guidavo sino a quand'era ora di riportarla a casa: non ho mai capito cos'è che le zampettava nella testa bacata che si ritrovava, ma la macchina doveva essere in costante movimento. Era fatta così. Bè, una mattina l'ho incrociata per caso, io avevo con me "Il giovane Holden" e senza pensarci su due volte gliel'ho dato e li ho salutati entrambi. Il perché non saprei dirlo, che da allora non li ho mai più né visti né sentiti.

    Bé, dopo neanche un'oretta ero sprofondato nello sconforto più totale... mi sentivo come Linus senza la sua stupida coperta, così mi son diretto verso un giardinetto e ho impazientemente atteso che riaprissero le librerie per prenderne un'altra copia.
    Da allora ne ho comprate un sacco di altre... perché periodicamente lo regalo e poi mi manca e lo ricompro.

    Ogni tanto però non posso fare a meno di ripensare alla mia prima copia e a tutte le cose da matti che abbiamo fatto insieme. Mi sento un po' in colpa per averla abbandonata a quel modo, ma spero che ora riposi in una bella e calda libreria, con qualcuno che ogni tanto la spolvera e la sfoglia piano. Se lo meriterebbe, perché già allora lei di strada ne aveva fatta tanta.

    Massimo Baraldi


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    15.

    Confesso

    Confesso, sì, confesso di aver peccato molto in parole e opere: peccato di ingordigia, reiterato, consumato nell'arco di oltre mezzo secolo, non ancora conchiuso. Ingordigia per quel milione di parole, quel centinaio (o forse migliaio) di opere che ho assaporato, voracemente ingurgitato, fagocitato da onnivora fino a farle diventare parte delle mie viscere, depositato nel cuore (ma non credevano gli antichi che nel cuore risiedesse la nostra memoria?), racchiuso nella mente. Le parole e le opere che sono diventate i "miei libri", che hanno segnato le tappe del mio cammino nel mondo, tracciato le orme dei sentieri percorsi. Penso alla poesia di Machado, "Caminante/ no hai camino...": peccato di orgoglio, perché di quelle parole, di quelle opere mi sono appropriata ed esse hanno contribuito a forgiare il mio libero arbitrio, costruito con me l'avventura faticosa e difficile, ma sempre emozionante, della mia vita. E penso al libro di Schlink, "A voce alta", così chiaro nel suo messaggio che più cresce la nostra conoscenza, più forte avvertiamo il peso delle nostre colpe. Ma anche alla splendida lezione di Ermanno Olmi, che nella metafora di quei grossi tomi trafitti da "Cento chodi" ci invita a sottrarre i libri, soprattutto i classici, a quell'alone di sacralità che a volte ce li rende estranei, lontani, troppo "alti". E' nella loro umanizzazione, nel farne un nostro bagaglio di vita, oltre che di mera conoscenza, ch'essi trovano la loro giusta funzione e valore. E allora via... con i grandi "libri della vita" della mia adolescenza: i grandi russi dalle terribili domande, ( è più colpevole il Maestro o Margherita?) dai temi universali del bene e del male, dell'amore e dell'odio, del delitto e del castigo, dalle passioni forti e trascinanti, in cui scoprivi il piacere fisico dell'immedesimazione. E il "libro" per antonomasia, il "Don Chisciotte", con quell'allampanata figura di cavaliere folle in cui allora, da giovane, confusamento sentivo qualcosa che solo più tardi, da adulta, nei saggi di Claudio Magris avrei compreso appieno: utopia e disincanto sono ugualmente necessari al vivere quotidiano; con la durlindana si possono combattere i nemici come i fantasmi, nell'elmo del fedele servitore ci si può abbeverare; servono entrambi. Immedesimarsi, dicevo: allora, più avanti con gli anni, le paure, gli errori, le occasioni perdute e le scelte sbagliate delle figure femminili della Atwood o di Carol Oates, così finemente e finalmente "umane", o l'Ester di Sandor Marai. Ma anche l'immedesimarsi nei luoghi, nelle situazioni, il profumo intenso dell'evasione: da ragazzina, il solcare i mari a bordo delle fregate di Lord Hornblower e sognare che sulla spiaggia di Zoagli era approdata Lady Wellington; o cacciare la terribile balena con il capitano Accab abbarbicata come un piccolo gufo sugli scogli puntuti delle coste liguri; conscia che anche l'evasione diventa un pezzo del tuo bagaglio, di quella casa che ti porti sempre appresso come una tartaruga, e i tigrotti di Monpracem o gli indiani d'America di Karl May non ti hanno insegnato di meno di tanti personaggi dei "classici". Ricordo - ma non sono passati molti anni da quando l'ho letto - il gusto di perdermi nello stupefacente archivio dei "libri perduti", nei sotterranei della Barcellona modernista de "L'ombra del vento" di Ruiz Zafon; o ancora, il piacere sottile ed intrigante di lasciarmi trasportare, sdraiata nel sole abbacinante di un'isola greca, tra i flutti plumbei del Mare del Nord, nella straordinaria avventura del "Cerchio celtico", in compagnia di quella sorta di pirata moderno che è Bjorn Larsson.. E penso, a proposito delle vastità marine, al libro che ho amato sopra ogni altro, "Un altro mare" di Claudio Magris: un testo che ho sentito mio al punto che l'autore un giorno mi disse: "Certe volte mi pare che tu lo abbia capito meglio di me che l'ho scritto"; perché quella strana storia, così negativa in fondo, di un uomo alla ricerca dell'assoluto, una storia fatta di continue sottrazioni fino alla sottrazione estrema, quella del voler scomparire, avrei voluto scriverla io: e questa è davvero la prima volta che ho il coraggio di confessarlo. Altre confessioni? I libri "pruriginosi" furtivamente sottratti dalla biblioteca paterna e letti sotto le coperte: come mi sembrano ingenui oggi, e castigati! I Peyrefitte, i Gide, i Maugham nelle edizioni verdi della Medusa. O quelli che proprio non sopporto e ho abbandonato inviolati sul comodino: quelli di chi "si parla addosso" e usa l'editore al posto del proprio psicanalista; quelli cui le lezioni di Svevo e Pirandello non hanno insegnato molto. Ma proseguiamo nel cammino, incontro all'avventura esaltante dell'impatto con gli americani, con il "personaggio" Hemingway, di cui eravamo tutte innamorate (più di lui che delle sue opere!) e la grande stagione delle rivoluzioni di Kerouac e Ginsborg... Come si dice? Quanta acqua è passata sotto i ponti da allora! E dopo il tempo dei libri dell'avventura - avventura in tutti i sensi - oggi mi sto dedicando (sarà un fatto di età?) ai libri... "del ritorno": e penso a Singer, a Sebald, a quel viaggio circolare che è poi un lento ritorno a casa di "Microcosmi", ma anche al continuo ritorno alle proprie radici, ai luoghi cari e sicuri, alla serena, un poco triste familiarità delle opere di Abraham Yehoshua o di Amos Oz.. E ritorno ai miei amori, con la biografia di Bohumil Hrabal, l'ineffabile e inafferrabile praghese, uscita di recente con E/O con titolo "Il gioco della vita": l'autore, Alexander Kaczorowski, nel prologo racconta di cone Hrabal fosse innamorato della figura de "Lo Straniero" di Camus, che puntualmente si ritrova in molti personaggi delle sue opere. Ma questi reiterati tentativi di suicidio che terminano, ironia della sorte, in una morte accidentale, non sono forse l'esatto ritratto della vita di Hrabal stesso? E allora, come diceva Svevo, c'è più realtà nell'opera letteraria o nella vita e più finzione, ecc....? Allora, non è forse vero che vita e letteratura procedono insieme, e che noi siamo davvero non solo quello che mangiamo, ma anche e soprattutto quello che abbiamo letto? Confesso che di questi miei peccati non mi pento, e non voglio assoluzione.

    Franca Eller
    pubblicista e bibliotecaria


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    16.

    "La vera storia del Cerchio Celtico in viaggio nel Mediterraneo"

    Era un afoso sabato milanese di metà luglio 2000, odori sgradevoli esalavano dai Navigli, il manto stradale era in liquefazione, la gente viveva uno spiacevole senso di esodo, ma una copia del "Cerchio Celtico", usciva fresca e odorosa di stampa da una libreria sui Navigli e cominciava il suo viaggio dentro la sacca di un giovane libraio. Rapido delle 9.50 per Venezia, un veloce trasbordo in vaporetto e poi l'imbarco: la bella nave norvegese(!) delle Minoan Lines greche. Attracco ad una piccola isola a Sud di Corfù, quella dove il mito dice essere nata Venere. "Il Cerchio Celtico" esce dalla sacca, e si gode la serenità del mare: il giovane libraio non lo tratta molto bene, c'è della salsedine fra le sue pagine, un po' di pieghe, ma l'aria è buona, il clima riposante, e le sue mani non sono troppo sudate. Dopo un paio di settimane, la copia finisce in dono al Totti, figura storica dell'isola, proprietario di un "caffè italiano". E lì, per un po', "Il Cerchio Celtico" passa di mano in mano, perché oltre ad una piccola colonia di italiani, ci sono sull'isola alcuni personaggi che la lingua la capiscono, anche se non la parlano, ad esempio, un traduttore di origine tedesca (forse), che ormai vive lì da anni e di professione fa il giocatore di scacchi, un costruttore di origine incerta, e altri: si sa, tutti passano dal caffè italiano. Ci passa un giorno anche un importante leader politico italiano, grande amante del mare e dell'andare a vela, e la copia finisce, abbastanza contenta (non le andava più la vita di terra), sulla sua barca. E' molto gratificante: Massimo ne è entusiasta, e vuole conoscere l'autore. In attesa di poterlo incontrare, si porta a spasso la copia fino alle isole più a Sud, fino all'Egeo. "Il Cerchio Celtico" soffre un po' il caldo, ma neanche tanto, gli va bene così: gli piace vedere luoghi nuovi, gente nuova, imparare usi e tradizioni. Chi lo legge sdraiato in plancia, chi a letto la sera, chi lo tiene con leggerezza fra le mani, quasi un bimbo in grembo, chi lo sfoglia troppo nervosamente, e poi, quello che gli piace davvero, è quando si accorge che parlano di lui... A bordo sale molta gente; anche una signora milanese; hanno detto che fa l'antiquaria. Massimo si disfa con dispiacere della copia, ma la signora ha cominciato la lettura e non vuole smetterla. Si ritorna a Milano, che nel frattempo sembra più bella: almeno, così dice la signora; è questa la forza dei milanesi doc, che non sanno rimanere lontani dal loro inferno. La copia del "Cerchio Celtico" finisce in un elegante negozio di mobili antichi. C'è un buon profumo di cera d'api, e c'è anche fresco. Il negozio si affaccia su un canale: ma sì, sono i Navigli, e dall'altra parte di un buffo ponticello fatto ad arco c'è una libreria che gli pare di ricordare. Pochi giorni dopo la signora attraversa il ponticello, con la sua copia in mano. Anche il libraio è tornato al lavoro. Antiquaria milanese: "Guardi, vorrei un paio di copie di questo bellissimo libro; l'ho letto in vacanza e adesso lo voglio regalare". Libraio: "Mi sembra di riconoscerlo: sì, mi pare proprio che questa sia la mia copia; ci avevo fatto dei segni... sì, è proprio lei" "No, ma cosa dice, sapesse da dove viene questo, e chi me lo ha regalato!" E la signora racconta, e il libraio conferma. E "Il Cerchio Celtico" è proprio contento: quel mare gli mancava, nel suo carnet di viaggio.
    Giuro sul mio onore che questa storia è vera.

    Franca Eller
    pubblicista e bibliotecaria


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    17.

    Chiedere a uno scrittore quali sono i suoi sentimenti verso i libri è come chiedere a un prete cattolico cosa ne pensa dei santi. Cosa può rispondere? Ci provo, e mi scuso in partenza se i miei accostamenti potranno sembrare ovvi. Però, se devo dare la migliore definizione che mi viene in mente di un libro, dirò che racchiude dentro di sè un intero mondo, fatto di carne e sangue, cioè la copertina, l'inchiostro, la carta, e di intelletto e spirito, cioè la storia, le parole, le idee che ci sono nascoste dentro. E, seguendo fino in fondo le implicazioni di una definizione del genere aggiungerei che un libro, per quanto fisicamente diverso, è la cosa che sulla terra somiglia di più, per caratteristiche, a un uomo. Ogni libro, come ogni uomo, ha una dimensione psicologica unica, irripetibile. Ogni libro, come ogni uomo, può divertire, coinvolgere, appassionare, ma può anche infastidire, annoiare, deprimere. I libri, come gli uomini, possono diventare veicoli di idee straordinarie. Possono suscitare amore e anche odio. Possono essere vilipesi, bruciati, ignorati. Possono commuovere, possono convincere, possono educare. Possono essere messi all'indice, al rogo. Possono essere calpestati e derisi. Tutte caratteristiche che rendono ogni libro un miracolo dell'ingegno e dello spirito, anche il più stupido dei manuali di ricette, perfino il più detestabile di essi (per me il Mein Kampf di Hitler). Questa eccezionalità non viene sempre immediatamente riconosciuta. Ci sono epoche in cui i tesori nascosti nei libri perdono di valore per i contemporanei, e forse questa epoca è così. C'è una cosa che ricordo volentieri, degli anni Settanta, gli anni in cui ho frequentato il liceo scientifico a Rovereto. Eravamo giovani, eccessivi, trasgressivi. Volevamo cambiare il mondo e intendevamo farlo molto in fretta, possibilmente prima di compiere vent'anni. In molte cose che facevamo affioravano maree di stupidità. Però ci piaceva la musica e ci piacevano i libri. Quando il tacchinaggio era un'arte ancora possibile, perchè non esistevano allarmi elettronici, noi andavamo in libreria per comprare un libro e rubarne due. I libri erano oggetti del desiderio, pieni di fascino, per cui valeva la pena correre dei rischi. Volendo stabilire in via definitiva qual è il mio rapporto con loro, direi questo: appartengo alla generazione che rubava i libri per passione.

    Marco Bettini


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    18.

    Il peccato che vi confesso è la mia decisione di abbandonare la narrativa, per dedicare la mia attenzione alla saggistica scientifica. Ma è una decisione non esente da trasgressioni. Tuttavia, ogni volta che mi capita di cedere alla tentazione di leggere un testo narrativo (un libro scritto da un amico, o un racconto pubblicato da un quotidiano) vengo preso da un senso di colpa: "Avresti fatto meglio - mi dice la vocina dentro di me - a dedicare il tuo tempo a quel libro di neuroscienze che hai acquistato mesi fa, e ancora aspetta che tu lo apra!. Avresti invece dovuto aggiornarti sugli ultimi studi di genetica!. Avevi deciso di leggerti quell'articolo sulla rivista di astrofisica di confutazione della teoria delle stringhe!". La cosa peggiore è che il senso di colpa si acuisce quando, nella lettura di narrativa, ci provo pure gusto, nonostante la mia bulimia culturale che mi induce a comprare più libri e riviste scientifiche di quante abbia il tempo di leggerne (con grande ingombro di spazio in casa mia). Al vostro confessionale chiedo: sono più colpevole per avere rinunciato alla narrativa, o per provare senso di colpa quando cedo alle tentazioni della narrativa?

    Ulisse senza Itaca


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    19.

    CONFESSIONE

    Contro il comune senso del pudore e in preda al più sfrenato furore dei libri, mi accingo a fare non una, bensì due confessioni.
    Entrambe scandalose e vergognose in massimo grado.
    Per prima cosa devo finalmente confessare che non sopporto Proust; e a tal proposito prendo in prestito, riferendola alla Recherche, la felice espressione di Villaggio: "Secondo me, La Corazzala Potemkin è una boiata pazzesca!"
    Ma volendo potrei anche adattare alla fattispecie la storica battuta di Eduardo: "A me 'o presepio nun me piace!".
    Di fronte alle infinite elucubrazioni e variazioni sul tema degli Swainn, dei Guermantes, di Albertine, della signora Verdurin, della mamma e della nonna... di fronte al tormentone del biscottino noto col nome di madeleine, ripenso con nostalgia alle avventure di Pietre e di Natascia in Guerra e Pace.
    Per far fronte alla lombalgia della vita. Tolstoj sta a Proust come un corso di voga sta a una supposta di Voltaren.
    Alla sbrodolona besciamella cerebrale della Ricerca, preferisco di gran lunga la gagliarda amatriciana psicologica del Pasticciaccio di Gadda. E se si vuole rimanere sul genere autobiografico, piuttosto che perdersi nella... Ricerca, molto meglio buttarsi sulle Confessioni di S. Agostino.
    E a proposito di confessioni, proseguo direttamente con la seconda.
    Confesso che non sono riuscito a leggere tutta la Recherche; infatti dopo ?.,GO (duemilatrecentosessanta) pagine, lette e analizzate con ammirevole stoicismo e acribia, un malaugurato incidente occorsomi in uno dei passaggi più insidiosi del percorso proustiano, mi ha costretto ad abbandonare l'impresa.
    Ormai ero in vista del traguardo, mancavano soltanto novanta pagine alla fine dell'ultimo dei sette romanzi e già sentivo di avere, come si suol dire, la vittoria in pugno, quando improvvisamente, a pagina 199 de Il tempo ritrovato (trad. G. Grasso, Roma 1990), mi sono imbattuto nel seguente passo: "Capivo che cosa significassero la morte, l'amore, le gioie dello spirito, l'utilità del dolore, la vocazione ecc. Giacché, se i nomi avevano perduto per me qualcosa della loro individualità, le parole mi svelavano tutto il loro significato." Ho avuto un trasalimento: "Cavolo!" mi sono detto "Questa volta ci siam! Finalmente capirò tutta anch'io." Ma subito dopo ho trovato, lo giuro, queste precise parole: "La bellezza delle immagini ha sede dietro le cose, quella delle idee davanti." E qui, prima di poter scoprire la bellezza di sopra e quella di sotto, sono stramazzato.
    "Povero Platone!" ho pensato chiudendo il libro per sempre "Si starà rivoltando nella tomba".
    A questo punto, come si conviene ad ogni reo confesso, non mi resta che dichiararmi sinceramente pentito.
    Non già per aver tralasciato le ultime novanta pagine; bensì per aver letto le prime 2.360 (duemiletrecentosessanta).
    Deprecabile esempio di perseveranza degna di miglior causa.

    Enzo Rocchi


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    20.

    A PROPOSITO DI LETTURE PER BAMBINI.....

    I miei figli hanno 14 e 8 anni.
    E la mia confessione riguarda proprio loro e cioè la difficoltà che ho avuto in questi 13 anni a difenderli dalle "schifezze" che vanno di gran moda nel reparto ragazzi delle librerie.

    CONFESSO che diffido di tutti gli esemplari della famosa collana "Piccoli Brividi";

    CONFESSO di non digerire le storie che deturpano le Fiabe, come quella che si intitola ad es. "La brutta addormentata nel bosco";

    CONFESSO di aver impedito che i miei ragazzi leggessero i testi di R. Dahl, per il quale peraltro nutro una certa stima... ma era proprio necessario che si liberasse dei propri fantasmi e sputasse fuori tutti i suoi rospi, sottoponendo ai giovani le sue trame così crude e orrende?!?! (come farmacista mi ha particolarmente colpito "La magica medicina", ma anche "Gli Sporcelli" e "Boy" non scherzano.....)

    CONFESSO infine di non avere alcun entusiasmo nemmeno per il tanto decantato Harry Potter, ragazzo sempre uguale a se stesso dal 1° al 4° volume, che affronta eventi crudi volti a creare una illogica tensione da giallo, storie in cui domina un genere fantastico duro e rude...

    ....mi fermo qui: per qualcuno sono già certamente fuori moda, controcorrente a tutti i costi, brontolona e criticona....

    Ma non pensate che io abbia solo cercato i testi moraleggianti o per forza educativi!!!!
    In questi anni ho letto ai miei figli tanti BEI libri, per il puro piacere di scoprire il gusto delle parole, dei suoni che esse hanno, anche con avventure in mondi lontani per tenere viva la loro fantasia, per far pulsare il loro cuore e la loro anima con i sentimenti altrui...

    Perché a tutti i costi portare a bambini e ragazzi tutto questo "bruttume"?? Quale effetto potrà avere su di loro?? Fondamentale, a mio avviso, è che tutto sia proporzionato e di QUALITÀ ( anche esteticamente!! ), che i sentimenti non siano troppo esagerati, le situazioni troppo caricate, le tinte troppo fosche o zuccherose.

    Infine, voglio rassicurarvi: CONFESSO che in questi 13 anni di ricerche ho trovato libri bellissimi da poter leggere ai miei ragazzi. ( e ora ho la soddisfazione di vederli leggere per conto loro!!! )
    Basta avere pazienza e cercare; basta avere fortuna e trovare.... magari disposti ad affrontare quell'alone misto fra il compatimento e la sottile ironia.. ma, PAZIENZA !!
    Andate nella vostra Biblioteca di fiducia: i testi migliori sono spesso fuori commercio!!!!

    Lorenza


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    21.

    Non vi sopporto!!
    Sì avete capito bene, non vi sopporto!!
    Dovreste essere maledettamente ammiccanti quando mi guardate dal ripiano della libreria con quelle voluttuose fascette che riferiscono su premi vinti, numero di copie vendute, prossime uscite di film e invece, proprio quando siete così agghindati, non mi fate girare la testa. Anzi, cerco tra gli scaffali un autore ed un titolo mai sentiti prima.
    Non vi sopporto quando vi prendo in mano e mi accorgo che pesate qualche chilo, che avete 400 pagine!!! Per me che leggo quando sono a letto nel silenzio della sera è disumano tenere in equilibrio un volume di quel peso e godere della lettura. Sono costretta ad organizzare delicati equilibri di cuscini ma la cervicale è la prima cosa che parte, per non parlare delle spalle costrette a sostenere "il peso della cultura"!!
    Se poi, per disgrazia, quel libro concilia anche il sonno e il volume mi frana sul viso il rischio aumenta fino a dover considerare di fare causa all'editore.
    Non leggo mai l'incipit di un libro, invece mi piace aprire una pagina a caso e leggere quello che capita. Ma quando "quello che capita" è scritto in un carattere minuscolo stile "Elenco telefonico" che richiede quasi la lente di ingrandimento ... mi dispiace ma non vi sopporto! Non posso infierire sulla mia vista che già tanto ha sopportato, non potete pretendere anche questo.
    Insomma, anch'io ho i miei limiti!! Perdonatemi.

    Gabriella Valduga


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