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    Concorso letterario 2007: IL NATALE DEI POPOLI

    Anche quest'anno il Natale nella nostra città è promosso dal Comune di Rovereto e coordinato dal Consorzio Rovereto in Centro con lo slogan "Il Natale dei Popoli".

    Il Natale dei Popoli è fatto di sorrisi, di momenti di dialogo e di incontri: gesti che regalano il piacere di appartenere ad una comunità aperta, in crescita, che ha voglia di confrontarsi con culture diverse per diventare comunità di pace. E' un Natale che unisce la tradizione, quella dell'albero in piazza, delle luminarie, del trenino, del presepio, dello spettacolo, del concerto, del laboratorio, quella del tempo per la famiglia e per l' "altro"; quella del dono, quella di un gesto d'amore, quella che dona pace ai popoli e tra i popoli.

    Per favorire questo spirito di pace e condivisione si è pensato di chiedere una mano ai concittadini più giovani invitandoli a condividere i loro pensieri su questo tema confrontandosi con uno scritto in un concorso a premi.

    Il tema è: "Oltre l'apparente varietà delle forme, in un pianeta che sempre più si affretta a complicarsi, la forza dell'amore può indicare la via per garantire alla vita il suo massimo senso e valore".

    Leggi il bando del Concorso letterario 2007
    indetto dal Consorzio Rovereto in Centro e promosso da Il Furore dei Libri

    La premiazione dell'opera vincitrice è avvenuta mercoledì 30 gennaio 2008 ad ore 17.00 in biblioteca.

    Ha vinto il premio di 600 euro, spendibile nei negozi di Rovereto aderenti al Consorzio Rovereto in Centro, la giovane ALESSIA GIOVANNA MATRISCIANO con il seguente racconto.


    Era un giorno di Natale anonimo e scialbo, odoroso di pioggia. L'aria vicino al fiume sapeva di umido, le roulottes puzzavano di muffa, fumo di legna e benzina.
    Alla finestrella di una di queste, appoggiato al davanzale, un bambino dormiva. Avrà avuto sette anni. Aveva i capelli neri e spettinati, una carnagione leggermente abbronzata. Dormiva con la testa abbandonata su un braccio, la mano che penzolava nel vuoto. La sua roulotte era molto piccola, verniciata di quello che una volta doveva essere stato celeste, ma che ora appariva come un indefinito bianco-grigio, sovrastato da macchie di ruggine e appena velato di pagliuzze color acqua.
    Lo scricchiolio metallico della porta lo svegliò di soprassalto. Si voltò lentamente, stropicciandosi gli occhi con le mani e sbadigliando. Era entrata sua madre.
    - Samir...-
    - Sì?- rispose lui sbadigliando ancora. Lei gli sedette accanto e lo abbracciò.
    -Ti senti stanco?-
    - No, davvero...-
    - Sei stato bravo ieri, hai guadagnato molto. Per oggi quindi non serve che tu vada a... rubare - sospirò infine, pensando a com'è difficile vivere. - fai quello che vuoi, ora. Puoi restare qui o andare in città, come preferisci.-
    - Davvero posso?- chiese Samir svegliandosi del tutto. E senza por tempo in mezzo corse fuori.
    - Mangia prima qualcosa!- gli gridò dietro la madre, ma lui le rivolse un cenno di saluto continuando a correre. Lei rise. Samir pensò che era una persona dolce ma malinconica, che non rideva quasi mai. Ma attribuiva questo al fatto che aveva quasi vent'anni ed era già una vecchia, con tre figli, e il viso giovane precocemente offuscato di ombre.
    Il cielo sopra le roulottes era di un bianco perla screziato di azzurro, in cui sovrastava un sole opaco che si poteva guardare negli occhi, simile ad un malato pallido disteso fra i cenci strappati delle nuvole. Non faceva freddo. Era uno strano Natale. L'aria era immobile, fastidiosamente umida e stagnante, quasi tiepida. Oltrepassò il ponte e rallentò la sua corsa, vedendo in lontananza le prime case.
    Gli piaceva immergersi nelle luci della città, sentirsi libero, osservare i giganti quadrati delle case e le persone che le abitavano, così strani, così diversi. Parlavano una lingua difficile, che capiva appena, piena di suoni aperti e secchi che gli uscivano a fatica dalla gola. Vestivano e si atteggiavano in maniere strane. E, non sapeva con esattezza perché, distoglievano disgustati lo sguardo ogni volta che lo vedevano. Passò accanto a lui una vecchia signora impellicciata, che si ostinava ad accelerare il passo guardando dalla parte opposta alla sua.
    Samir si chiese ancora una volta cosa aveva che non andava. Forse erano infastiditi dal suo maglione enorme? No, era caldo, e colorato. E i suoi capelli non erano poi così spettinati. Concluse che gli italiani erano proprio bizzarri.
    Svoltò in un bel viale alberato, incorniciato da maestose case antiche. Mentre passava sotto un palazzo sentì una voce che chiamava, dall'alto di una finestra. Per la via non c'era nessun altro. Alzò la testa e vide, affacciato ad un finestrone dalle tende bianche, un bambino biondo che lo fissava.
    - Dici a me?-
    - Sì, vieni su per favore! Ti apro la porta!-
    Samir non capiva. Perché quel bambino si interessava a lui? Cosa voleva? Non apparteneva al suo popolo. Tutto questo era molto strano.
    Salì le scale lucide col cuore in gola. Non era mai stato in una casa di muratura. Non una casa abitata, per lo meno. Faceva uno strano effetto. Sorrise pensando che il suo fratello maggiore, Kachun, che aveva un anno più di lui, lo avrebbe invidiato questa volta. Per lo meno per il suo coraggio.
    Il bambino biondo era sulla soglia. Lo fece entrare, e Samir si ritrovò in una bella casa, con i pavimenti di marmo ricoperti da tappeti morbidi di lana spessa, e arredata con mobili di legno scuro. - Vieni- disse il bambino biondo, e Samir lo seguì. Lo condusse in una camera grande, bella, piena di giocattoli ammucchiati in un angolo, colorati e costosi, ma abbandonati confusamente per terra, insieme ad altri pacchetti nemmeno scartati.
    - Come ti chiami?- chiese,
    - Samir...-
    - Io sono Andrea.-
    - Perché mi hai chiamato?-
    - Volevo chiederti se puoi stare un po' qui con me. Mi sento terribilmente solo...-
    - Ma i tuoi genitori non mi vorranno qui!- esclamò Samir.
    - I miei genitori- sospirò Andrea - non ci sono mai... e poi perché dovrebbero mandarti via?-
    - Perché sono un Rom - disse Samir, gustando lo strano sapore di quelle parole, amare e dolci insieme.
    Provava qualcosa di indefinibile nel dire quel nome così poche volte detto, che però era lo sfondo della sua esistenza, il muro che lo separava dagli altri. Quelle parole avevano un sapore curioso tra orgoglio e tristezza; tra la gioia di quel nome, che gli ricordava sé stesso e tutto il suo mondo, e la sensazione di essere solo contro tutti, straniero ovunque.
    - Gli italiani ci odiano, sono i nostri nemici- disse.
    - lo non sono tuo nemico...- sussurrò Andrea senza guardarlo negli occhi. Anche su di lui gravava un vago senso di colpa, come di un'antica ingiustizia commessa da entrambe le parti.
    Per qualche tempo nessuno parlò.
    - giochiamo?-
    Erano bambini, in fondo, ma cresciuti troppo in fretta, in un mondo complicato, terribilmente complicato, che aveva costretto troppo presto i loro occhi ad aprirsi sulla realtà. Ma erano comunque bambini. Era giocando con i regali di Andrea e rincorrendosi per la casa, che tentavano di liberarsi da quegli affanni che li spingevano a forza nel mondo degli adulti, un mondo in cui erano destinati a odiarsi, un mondo che li voleva divisi.
    - alcuni regali non li avevo nemmeno scartati, non mi interessavano, non avevo nessuno con cui giocarci...- disse Andrea con le guance arrossate, felice come mai prima di allora. Il muro era caduto e loro non erano più nulla, all'infuori di due bambini che giocavano.
    - Hai una casa bellissima!- esclamò ad un certo punto Samir - Ma, scusa, come fate a spostarla?-
    - Non la spostiamo. Perché dovremmo? Siamo sempre qui.-
    - Anche noi, ma non da sempre. -
    - Da dove venite?-
    - E chi lo sa - fece Samir scrollando le spalle - Dal nord e dal sud, dalle montagne e dal mare, da tutti i posti e da nessun luogo - tacque.- Tu vai a scuola, vero?-
    - Sì, ma non è un granché. Non ho nessun amico lì.-
    - Cosa fate?-
    - Impariamo a leggere, scrivere, i numeri...-
    - E perché?-
    - Come perché? Per studiare, per imparare!-
    - Vi insegnano a cavarvela da soli?- chiese Samir.
    - No, credo di no...-
    - E allora cosa studi a fare?-
    - Non lo so - ammise Andrea imbarazzato, e tacque. - Tu sei mio amico, vero?- chiese infine.
    - Cosa vuol dire amico?-
    - Vuol dire una persona a cui vuoi bene.-
    - Allora sì, sono tuo amico.-
    Il cielo si oscurò di nuvoloni neri, che trasudavano pioggia. Le strade erano buie e deserte, si sentivano solo, in lontananza, provenienti da chissà dove, gli accordi di una vecchia canzone: "war is over, if you want it...". Le note dolci si spandevano come olio nel silenzio. Si era fatto tardi.
    - Devo andare, ora, mia madre sarà in pensiero...- disse Samir. Ad Andrea la sua voce appariva di nuovo lontana, come la sagoma di un pino in un giorno di nebbia. Accompagnò Samir fino alla porta, e disse semplicemente: -ci rivedremo-. - No- sospirò Samir - io credo di no, purtroppo-.
    Uscì nella strada già rigata di pioggia, diretto a casa. Le gocce d'acqua, che cadevano sottili come spilli taglienti, sembravano d'oro alla luce dei lampioni. L'acqua gli grondava dai vestiti e dai capelli già inzuppati, ma lui non pareva accorgersene.
    Le finestre delle case erano tutte illuminate. Samir capì che quel giorno era successo qualcosa d'importante, anche se non sapeva dire che cosa fosse. Capì però che la vita per lui non sarebbe stata più uguale. Avrebbe smesso di pensare che esistessero solo popoli, città, tribù. Avrebbe cominciato a capire che esistono un solo mondo e un solo uomo, e che ognuno di noi deve impegnarsi per aiutare e amare tutte le genti che abitano su questa terra, senza distinzioni.
    - hai scoperto l'amore - gli sussurrava la pioggia, dorata nella luce dei lampioni.
    E domani per te sorgerà un sole nuovo.



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