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    Concorso letterario 2008
    - IL NATALE DEI POPOLI -


    © regal


    Per il terzo anno consecutivo l'associazione Il Furore dei Libri bandisce il concorso di Natale con la convinzione che solo la conoscenza della propria e delle altre culture permetta un sereno confronto di crescita, di comprensione e di pace tra i popoli.

    "Inventate un racconto ispirato al Natale
    nella tradizione e nella cultura russa"

    Il concorso è aperto a tutti e prevede due sezioni: una giovanile dedicata ai minori di 18 anni e una dedicata agli adulti.

    Il testo, in italiano, dovrà avere un titolo e una lunghezza massima di 3.000 battute e dovrà essere redatto in cinque copie cartacee identificate da una sigla e inserite in una busta. Nella stessa busta si dovrà inserire un'altra busta chiusa riportante all'esterno la stessa sigla e all'interno i dati e l'indirizzo dell'autore.
    I racconti presentati non saranno restituiti, ma saranno conservati dall'Associazione che si riserva il diritto di utilizzarli, in accordo con l'autore, nelle forme e nei modi che riterrà opportuni.
    La giuria sarà formata dalla Presidente e due Soci de Il Furore dei Libri, dal Presidente del Consorzio Rovereto INCENTRO, dalla Responsabile PR del Comune e dal Direttore della Biblioteca.
    Le sue decisioni saranno inappellabili.
    La giuria sceglierà i due racconti migliori per ogni categoria, che verranno pubblicati sul sito www.ilfuroredeilibri.org e premiati con dei buoni acquisto spendibili nei negozi appartenenti al Consorzio Rovereto in Centro.

    I lavori si potranno consegnare in biblioteca nei giorni 19 e 20 dicembre dalle ore 10 alle 12.30 e dalle ore 15 alle 19.30, oppure spediti per posta entro il 20 dicembre 2008 al seguente indirizzo:
    "IL FURORE dei LIBRI" c/o Biblioteca civica
    38068 Rovereto TN - Corso Bettini, 43





    Venerdì 27 marzo 2009 in Biblioteca civica di Rovereto si è svolta la cerimonia di premiazione del Concorso letterario "Il Natale dei Popoli 2008" indetto dal consorzio Rovereto in Centro.

    Programma:
    ore 19.45 - saluti di benvenuto con brindisi e piccolo buffet di prodotti locali
    ore 20.15 - proclamazione dei vincitori e consegna dei premi
    ore 20.40 - "Tra solitudine e rinascita" un commento di don Marcello Farina

    La giuria ha così deliberato:

    SEZIONE ADULTI
    1° classificato: Davide Pivetti con il racconto "Il gelo in endovena"
    2° classificato: Rossella Saltini con il racconto "Matrioske cremisi"

    SEZIONE JUNIOR
    Nessun classificato. E' stato dato a tutti i partecipanti un piccolo premio di consolazione.

    PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA
    Una menzione speciale è stata data a Tatyana Terletska, con la seguente motivazione: il suo racconto esprime una testimonianza diretta sul Natale nella tradizione russa ed è scritto in italiano. E' stato apprezzato lo sforzo dell'autrice nell'esprimersi nella nostra lingua.





    Davide Pivetti - Il gelo in endovena

    «No Anja, non sono Nonno Gelo. E mi dispiace non esserlo. Non ho doni ma un grande sorriso. Quello sì».
    Non capisce. Non può capirmi. Mi osserva con due occhi chiari come lo sono a queste latitudini. Mi scruta per capire da dove viene quel forestiero che non ha né l'età né il bianco pelo di un nonno di ghiaccio.
    Le dita scendono veloci. Un bottone, due. Schiudo la giacca, pesante ed inutile in ambiente sterilizzato. Sotto lo scudo scuro nascondo un grande smile. Appartiene ad altra cultura, altra civiltà: internetica, televisiva. Ma Anja sorride, e io con lei. Ha funzionato.

    La luce penetra neutra dalle grandi finestre dell'ambulatorio. Oscilla e gorgheggia in controluce la linfa che la mantiene in vita. Riflessi di ghiaccio nel vetro di una flebo.
    Natale in endovena.
    «Anche questo è un regalo, il più importante». Lo penso, ma le parole restano chiuse in gola. Forse anche più giù. Quelle gocce sono più importanti. Scendono e ridanno speranza. La speranza torna sempre a Natale. Anche a Mosca.

    Si chiude la porta dietro di me. Devo raccontare la storia di Anja e di cento altri bambini. Racconto fatto di immagini. Delicate, perché ogni cosa è delicata. L'otturatore non ha scattato. Da solo non lo fa mai.

    Il bianco della neve taglia in orizzontale l'infinito dei corridoi. Un ospedale. Solo il cemento si oppone al gelo. Pilastri che diventano rifugio di una spiritualità mai persa, ora di nuovo rispettata. Il teatro si è fatto chiesa. Pesanti icone celebrano il rito ortodosso di fronte a scalini di cemento armato. Armadi e libreria a disegnare la sacrestia. Un ospedale senza una cappella: un tempo, qui, non doveva servire.
    Nell'ombra di uno geometrico e privo di profondità, nuove preghiere e antiche speranze. Quelle di ogni madre.

    «Guardi, guardi com'è bello il mio bambino...».
    La traduzione arriva con qualche attimo di esitazione. Perché era chiaro cosa significassero quelle parole di madre. Fiera per la battaglia della sua creatura. Sta cercando di vincerla dietro quella mascherina bianca. I segni della malattia non spengono l'orgoglio di una madre. Su quella piccola testa canuta avrà versato mille lacrime. Ma non ora, non adesso. C'è da testimoniare, con la posa, la forza una madre, l'amore per il suo bambino. Vogliono sopravvivere. Sconfiggere la malattia, il male, l'inverno.
    Una faccia buffa per un sorriso. L'otturatore scatta. Madre orgogliosa. Fotografo pagliaccio.

    Due giorni tra corridoi trasparenti. Sasha è qui da due anni. Adolescenza esplosa in dieci metri quadrati. L'automobilina sulla panca non è sua. Sembra abbandonata. Non serve più. Stringe al petto il suo peluche. Uno solo, di più non si può. Non c'è lo spazio, non c'è chi li regala. Sasha non crede più a Nonno Gelo: «Un giorno uscirò di qui, uscirò per sempre». Lo dice in inglese, ha avuto il tempo di studiarlo.

    Nel ghiaccio di questa città cercherò Nonno Gelo. Deve esistere. Gli dirò dove siete. Gli dirò che ci siete ancora.





    Rossella Saltini - Matrioske cremisi

    Aspettavi che le cartelle della tombola facessero il loro ingresso sulla tovaglia natalizia in damasco fiammante dopo che la nonna l'aveva ripulita con cura dai gusci delle arachidi dalle bucce dei mandarini e dalle briciole di zelten. Solo allora afferravi con solennità il sacchetto dei numeri e ti mettevi a capotavola. Tossicchiavi impaziente lasciando correre su di noi lo sguardo burbero fino a quando qualcuno non pronunciava la frase di rito: "Nonno, puoi cominciare".
    E, a modo tuo, cominciavi: i primi numeri non venivano mai dal sacchetto ma dalle pieghe della tua memoria. Sempre gli stessi, tutti gli anni: 1 9 4 2.
    Campagna di Russia. Battaglione Pasubio. Natale ai margini della steppa, nella pianura grigia patinata di nevischio, sferzata dai venti siberiani, in un paesaggio bianco accecante che ti costringeva a cercare qualche macchia scura in tutto quel candore.
    La trovavi nei pastrani ruvidi dei tuoi compagni, nelle chiazze grigie dei tronchi delle betulle spoglie, sui muri di legno dell'Isba che fronteggiava il tuo bunker.
    O nei foulard colorati delle donne che attendevano i loro uomini in quella fattoria, dove si viveva di poco, di una brodaglia di kapusta e kartoske e di quadrelli di pane nero.
    In quella fattoria dove avevi cercato un pezzo di legno per intagliare le statuine del presepio di quel Natale che andava festeggiato anche in mezzo ai pidocchi e all'umidità che colava lungo le pareti del Rifugio.
    "Niet" ti avevano risposto indicando il camino spento. "Spasiba" avevi detto sfoggiando le tue conoscenze di russo.
    Stavi attraversando il boschetto di betulle quando eri inciampato nella ruota di un carro, bucherellata dalle termiti, coperta da un cumulo di neve. L'avevi trovato quel legno e te l'eri caricato sulle spalle. Poi il silenzio era stato rotto da un grido, da un altro e da un altro ancora. A colpo sicuro ti eri diretto verso la pozza d'acqua gelata. Prima avevi visto il secchio, poi la bambina immersa nell'acqua con gli occhi chiusi e le labbra livide. Ti eri tuffato, l'avevi presa di peso ed eri corso verso l'Isba. Il fuoco era ancora spento. Avevi fatto a pezzi la ruota e acceso il camino: la piccola Olga si era riavuta.
    E un raggio di quella ruota era bastato per la Sacra Famiglia, sistemata in una nicchia del Bunker, e per l'angioletto di Olga. Gliel'avevi portato sfidando i bombardamenti degli Stukas e dei Katiuscia, prima di seguire il battaglione in ritirata. In cambio avevi ricevuto un pezzo di Kutia, il dolce di frumento e miele, e una matrioska, la più piccola fra quelle in fila sopra il camino. Una matrioska con i disegni dorati sul fondo cremisi, che si confondeva con il colore della tovaglia su cui la appoggiavi ad ogni Natale. Sola. Spaiata. Spaesata.
    Per tutti quegli anni, fino a quel magico Natale quando le tue mani avevano indugiato fra la mercanzia della bancarella di artigianato russo, dove avevi finalmente trovato e ricomposto una famiglia: quella delle matrioske cremisi.





    Tatyana Terletska

    Il Natale ortodosso inizia la sera 6 gennaio. La vigilia è una sera particolare e si chiama "sviatvecir". Questa sera si fa la cena santa, che segna il passaggio tra il digiuno dell'Avvento e la festa di Natale. Una cena magra, niente carne e latticini, costituita da ben 12 piatti in ricordo degli apostoli. Il piatto nazionale che non mancherà a nessuna tavola è la "kutia" (grano cotto con miele, noci, papavero), come simbolo del raccolto. Si preparano anche "golubzi" (involtini), "varenyky" (ravioli), "borshch" con funghi. In questo giorno in ogni famiglia si crea l'atmosfera della pace, felicità e tranquillità.
    Quando si illumina la prima stella in cielo si può sedere a tavola e cominciare a cenare. Prima di cominciare a mangiare si accende la candela e tutti pregano, ringraziando per l'anno passato. Sulla tavola festiva si mette sottilmente uno strato di fieno, per gli assenti si lascia un piatto e una posata.
    Secondo il rito, il padre porta nella casa un simbolico covone di segala ("diduch") e la madre porta in casa il verde secco consacrato e lo mettono negli angoli della stanza.
    Secondo la tradizione si comincia a cenare mangiando del dentello di aglio il quale si distribuisce dal padre della famiglia ad ogni persona con auguri.
    Durante la Santa Cena non si può abbandonare la tavola. La cena finisce con la preghiera e con un canto natalizio "koliada" "bog predvichnyi". Alla fine si spegne la candela e i ragazzi si travestono, e vanno casa per casa per cantare le canzoni di Natale e per fare gli auguri. I ragazzi portano con loro "zvizdu" o "vertep" e un campanellino.
    "Zvizda" significa stella, fatta di 7 angoli e dentro si trova immagine "nascita di Gesù Cristo" e una candelina. "Vertep" - presepio.
    Dopo i convenevoli saluti i padroni di casa offrono soldi.
    7 gennaio è il Santo Natale, alle 6 di mattina si va a Messa e si festeggia con un pranzo ricco di ogni cosa.




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