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    - IL NATALE DEI POPOLI -


    © regal 2010




    Giovedì 6 gennaio 2011 ad ore 17.00 all'auditorium Melotti presso il Mart di Rovereto si conclude l'attività natalizia 2010 de Il Furore dei Libri con la premiazione dei vincitori del IV concorso di scrittura; con l'occasione sarà distribuita a tutti i presenti l'antologia "Parole per strada". La premiazione avverrà durante il concerto che la Musica Cittadina "R. Zandonai" di Rovereto terrà all'Auditorium per concludere le celebrazioni del suo 180° anno di attività.

    La commissione selezionatrice ha deciso di considerare vincitori del Concorso "Un racconto per Il Natale dei Popoli 2010" i seguenti racconti (ai sensi del regolamento considerati tutti a pari merito e presentati in ordine alfabetico per autore):

    Sezione Junior:
    Colori di Cristiana Bucella
    La forchetta gelosa del collettivo multietnico Semuya Kacl
    La bambola di Patrizia Marzadro

    Sezione Senior:
    Ventuno segni di Antonella Bragagna
    La neve di Susanna Daniele
    Numero Verde di Luca Matassoni

    Per sostenere nei più giovani la passione per la scrittura è stata altresì assegnata una menzione speciale anche ai seguenti racconti della Sezione Junior:
    Il mio cuore non conosce l'odio di Kainat Ashfaq (Pakistan)
    L'amicizia è l'ultima a morire di Simone Centurioni
    La panchina di Annika di Laura Galvagni & Matilde Gugole






    SEZIONE JUNIOR


    Colori di Cristiana Bucella

    La neve cade a piccoli fiocchi, meravigliosi e leggeri, farinosi, quasi a voler coprire con il suo soffice manto il paesaggio.
    Non ci sono rumori fuori, eppure il silenzio nella testa di Alisia è assordante.
    Alisia è una bambina di Rovereto, e sta guardando questo spettacolo, lo stesso che vede Jamal, che è pakistano ed abita nel suo stesso isolato.
    È un ragazzetto simpatico, ed è il più bravo della classe in matematica.
    Hanno nazionalità diversa, però vedono le stesse cose, e trovano che la neve sia bellissima.
    Perché spesso i nostri popoli non si rispettano? Si chiede Alisia. Senza rispetto, non c'è amicizia. Alisia sente tante persone dire cose brutte su Jamal perché è nato in un altro Paese. Dicono che sia diverso da lei. Eppure Jamal ride per le stesse cose che fanno ridere Alisia e le loro orme sulla neve sono uguali.
    Se Jamal non mangia il maiale a scuola non succede niente a nessuno. Lui non ha mai proibito ad Alisia di mangiarlo. Perché a lei dovrebbe importare qualcosa se lui non può prenderlo? Dicono che sia diverso da lei. Però se così fosse non potrebbero andare d'accordo, e invece è il suo migliore amico perché lui non la prende mai in giro e non deride le sue lentiggini, al contrario di altri bambini italiani.
    Dicono che sia diverso da lei.
    E allora perché i loro occhi sono dello stesso colore?


    La forchetta gelosa del collettivo multietnico Semuya Kacl
    (Kaltrine Halili - Muddassar Hussain - Yasmine Benziane Matallah Selena Mitrovic - Clirim Morina - Chiara Gottardi)

    C'era una volta una forchetta gelosa degli altri attrezzi di cucina. Voleva che il padrone di casa riservasse a lei tutte le sue attenzioni.
    Un giorno decise di nascondere le altre posate per diventare la regina della cucina. E così fece. Al momento del pranzo il padrone di casa si trovò sulla tavola solo la forchetta con altre quindici forchette disposte attorno al piatto, che si erano lustrate "di fino", perché volevano farsi vedere belle. Dapprima il signor Arturo le lodò e si divertì al vedere la tavola apparecchiata in quel modo. Come si mise a mangiare la minestra, si accorse però che le belle forchette a poco lo aiutavano. Impiegò esattamente un'ora e trenta secondi per finire la minestra, quando, ormai fredda e ghiacciata, gli provocò i crampi alla pancia. Al momento della carne la regina delle forchette si mise a impartire ordini con tutta l'energia che aveva:
    - Aiutatemi a tagliare la carne come la tagliano i coltelli. Non sbagliate o vi elimino dalla tavola!
    Le povere forchette, per quanto si sforzassero, non combinarono che guai. La fetta di carne fu strappata violentemente in due pezzi; uno finì dritto sul muro della casa e macchiò in modo indelebile la bella tinta rosa chiaro con il sugo rosso e unto. L'altro pezzo si cacciò nell'occhio esterrefatto del signor Arturo, che ancora non si rendeva conto di quanto stava succedendo. Per rincuorarsi Arturo si scaldò una buona tazza di caffè. Nel tentativo di versarvi lo zucchero e mescolarlo con la forchetta più piccola, successe un altro pasticcio. Anche il suo bel vestito rosso e bianco, che indossava per fare il babbo natale per le strade della città, si era irrimediabilmente macchiato con una grossa chiazza marrone.
    Il poveretto tornò al lavoro più triste che mai e si sentì la sgridata del suo capo. Fu rimandato indietro, sospeso dall'incarico, per il tempo necessario a rimettersi a posto. Nel frattempo in cucina si era scatenato un putiferio: le forchette litigavano, accusandosi fra loro dei vari insuccessi, si insultavano e qualcuna si mise a duellare furiosamente. A un certo punto Arturo aprì la porta, entrò e si accasciò sul divano. Cessò immediatamente ogni subbuglio e calò il silenzio. Durante la notte la regina delle forchette, avvilita per quanto aveva combinato pensò a come rimediare. Fece il giro della cucina bisbigliando ad ogni posata parole di scusa. Chiese a tutte di collaborare per risollevare il morale del signor Arturo. Il giorno dopo, era il venticinque dicembre, il pranzo di Natale fu davvero memorabile: coltelli, cucchiai e cucchiaini assieme a forchette, mestoli e colini diedero il meglio di sé facendo splendere la tavola. Ogni cosa funzionò al meglio. Dopo il pranzo il signor Arturo partì per il suo ultimo giro di babbo natale con un sacco pieno di regali, ma soprattutto pieno di allegria e di un sorriso per ogni persona che incontrava.


    La bambola di Patrizia Marzadro

    Il destino di ognuno di noi è segnato? Mi domando in particolar modo con che criterio. E perché il mio percorso prima di giungere alla felicità è stato così lungo e tortuoso? Una cosa posso assicurarla, per nessuno è facile arrivare alla gioia e alla serenità. Ma lasciatemi raccontare la mia storia, con la speranza che essa sia di aiuto a qualcuno in cerca di risposte.
    Nacqui e senza nemmeno accorgermene mi ritrovai in questo mondo strano e tutto da scoprire. Dovete sapere che io non sono come voi altri umani. Sono una bambola e come tale mi comporto. La mia strada era già segnata dalla nascita: avrei dovuto seguire un bambino e farlo divertire. E per questo mi impegnai e mi impegno tuttora.
    Era un lunedì, nel periodo dell'avvento, quando un'eccentrica signora vestita con un cappotto rosso entrò nel negozio all'angolo della strada, quello di giocattoli. Con fare leggermente scocciato e frettoloso chiese al proprietario del negozio:
    —Sto cercando un regalo per mia figlia di sette anni. Gliene ho già presi otto, ma conoscendola non le basteranno. Quindi cosa mi consiglia?
    Il venditore mi afferrò delicatamente, mi pose sul ripiano e disse:
    - Queste bambole di pezza sono tornate di moda, signora. Sono resistenti e molto colorate. Sono molto adatte per una dolce bimba di sette anni! Cosa ne pensa?
    - Penso che non mi interessi più di tanto. Me la impacchetti! Quanto viene?
    Ed è proprio con questo breve dialogo che iniziò il mio viaggio. Dopo esser stata pagata, venni infilata all'interno di un sacchetto natalizio e lì rimasi per lungo tempo, al buio. Il mio stato d'animo era molto variabile: passavo dalla noia alla più totale agitazione, dalla stanchezza alla paura, dalla tristezza alla felicità. Insomma, era pur sempre la prima volta che uscivo dal negozio. Il fatto che non vedessi nulla e che l'unica cosa percepibile fosse il forte rombare della macchina, non cambiava questo fatto. A un certo punto ci fu un breve silenzio, poi una porta sbattè ed io fui presa su da delle mani e sballottata in giro prima di essere adagiata su una morbida superficie e lasciata riposare. Quando all'interno della stanza ci fu silenzio, mi decisi ad uscire per dare un'occhiata. Mi trovavo in una larga sala dal soffitto a botte. Così, a prima vista, la casa doveva essere molto antica, ma nonostante ciò era tenuta perfettamente. Al centro, proprio dove stavo io, era presente un grande abete ricco di decorazioni e luci. Lungo le pareti erano situati mobili di antiquariato e colossali quadri dalle cornici dorate. Dalle larghe finestre della parete destra proveniva una luce biancastra. Mi arrampicai e guardai al di fuori: tutto era ricoperto di neve e i lampioni lungo la strada, già accesi perché era sera, si slanciavano verso il cielo quasi come lo volessero toccare. Ritornai sotto l'albero per osservare gli altri enormi pacchetti regalo. Doveva essere una ragazza molto felice e fortunata se possedeva così tanti averi, pensai, certo non si sarebbe mai annoiata. Sentii dei passi dal corridoio e dei gridolini, così tornai nella confezione. La porta si spalancò inondando la stanza di luce e da lì, una bambina rotondeggiante dal fare scortese urlò:
    - Mamma mamma... non sono ancora abbastanza! E poi non mi va di aspettare fino a dopodomani per aprirli. Li voglio ora, tutti!
    La signora che prima indossava il cappotto rosso entrò con un'espressione affranta e rispose alla figlia:
    - Ma tesoro, suvvia resisti. Pensa quanto sarà divertente aprirli la mattina di Natale. Ne vale proprio la pena di aspettare, non pensi?
    - No, no e no. Li voglio aprire adesso!
    Come una furia, senza nemmeno aspettare la risposta della madre, si avventò sui pacchetti e li scartò uno per uno. Li prendeva in mano, li rigirava per qualche secondo, faceva un commento e passava a quello successivo. Continuò così fino a giungere a me. L'unica cosa che disse fu:
    - Carina... ma c'è di meglio!
    E mi appoggiò di fianco agli altri regali. Tutta una vita ad aspettare il momento in cui avrei dovuto incontrare la mia ragione di vita e tutto quello che mi sentii dire era un "carina"!
    La delusione mi assalì subito, lasciandomi piena di tristezza e amarezza. La madre, non meno delusa di me, si affiancò alla bimba dicendole:
    - Ma Mary… Mi sono impegnata tanto per farti questi regali! Potresti almeno ringraziare!
    Da uno strano punto di vista la situazione sembrava essersi capovolta: la madre, l'adulto della situazione, aveva uno sguardo addolorato e un'espressione tanto vulnerabile da sembrare lei stessa una bambina, mentre la figlia, determinata, aveva uno sguardo fermo e arrabbiato. Mary si alzò di scatto, aprì la bocca quasi volesse parlare ma poi, forse ripensandoci, la richiuse e scappò via con le sue corte gambette, non degnando più nessuno di uno sguardo.
    Non c'è un gran che da dire sul periodo che trascorsi in quella casa. Capii presto come funzionavano le cose. Mary era una bambina viziata che otteneva sempre quello che voleva. La madre, forse perché un tempo povera, non riusciva a negare nulla alla piccola, mentre il padre, quasi mai presente, si limitava ad assecondare anch'egli la figlia, così che Mary stava crescendo senza una vera educazione, nella convinzione che il mondo girasse intorno a lei. E noi?
    Noi poveri giocattoli aumentavamo ogni giorno di numero e venivamo accumulati in una stanzetta. Molti, me compresa, non erano stati nemmeno mai utilizzati, mentre i pochi eletti o venivano abbandonati in giro per la casa o venivano distrutti. Come potevo, io, salvare l'insalvabile? Come rendere felice una persona che ha gli occhi oscurati dal vizio e il cuore chiuso all'interno di uno scrigno?
    In quei giorni le uniche cose a cui pensavo erano queste e un modo per fuggire. Nella vita spesso si hanno dei rimpianti. Il mio più grande è proprio quello di non essere stata abbastanza matura da capire che in realtà Mary non era insalvabile ed il suo cuore era sì chiuso in uno scrigno ma cercava anche di uscirne, urlando a gran voce. Purtroppo non fui in grado di esserle d'aiuto. E infatti non è con lei che ho raggiunto la mia gioia e non è per lei che sono vissuta. L'unica mia speranza è che un giocattolo, più pronto di me, sia riuscito in ciò che io ho fallito.
    Arrivò un giorno in cui la madre di Mary decise di ripulire la stanza dei giochi. Ci prese uno ad uno e ci infilò in un sacchetto. Stentavo a crederci! Ero finalmente libera, libera di rincominciare da zero. E questa volta, pensai tra me e me, non avrei fallito. Essendo praticamente nuovi, la signora decise di donarci in beneficenza e ci portò quindi in un convento di suore. Lì, fummo smistati e scelti.
    Ora sapevo la mia nuova destinazione: si trattava di un orfanotrofio della Romania. Ero pronta per un nuovo Natale. Tre giorni prima di Natale attraversai le Alpi in treno. Il mio compagno di viaggio, ovvero colui che era incaricato di trasportare i giocattoli, era un personaggio alto e allampanato con un naso adunco sul quale erano poggiati dei grossi occhiali tondi. Aveva uno strano accento e un carattere aperto e solare. Per non annoiarsi giocava con noi. Sembrava quasi un bambino, nonostante avesse probabilmente un'età ormai avanzata. A Budapest salì nella nostra cabina una vecchia signora. Da lì in poi non fece più giochi ma si limitò a chiacchierare del più e del meno con l'anziana.
    Il 25 dicembre giungemmo finalmente nella nuova dimora, con un ritardo di un giorno causato da una pesante nevicata.
    L'edificio che mi trovai davanti era enorme. Tutt'intorno era un grande giardino, ricoperto di neve bianca che qua e là era raccolta in palline o utilizzata per degli splendidi pupazzi di neve. Sulla facciata dell'edificio erano presenti delle chiazze di intonaco scrostato. Nel suo insieme l'edificio era piuttosto squallido, nulla a che vedere con la casa di Mary.
    Per un momento invidiai quasi quella mia vecchia sistemazione, ma poi rammentai la sensazione di solitudine che mi aveva dato e riguardai a quell'edificio come un nuovo inizio. Quando fui portata all'interno venni accolta da una dolce atmosfera. Non fraintendetemi: il posto era decadente, all'interno c'era un perenne odore di fragile umanità e i bambini avevano negli occhi una costante ombra di tristezza. Però, nonostante la loro situazione penosa, erano in grado di ritrovare anche nelle più piccole cose un sorriso, un gioco, un po' d'allegria.
    Quel giorno incontrai per la prima volta una bambina molto speciale di nome Ana. Non seppi mai un gran che della sua vita passata se non che i suoi genitori erano delle persone itineranti, probabilmente zingari, e che, dopo la loro morte, era finita in un orfanotrofio con delle persone, di cui ignorava perfino la lingua. Si sentiva sola e quindi, ancor prima di rendermene conto, avevo già deciso: volevo aiutarla.
    Giorno dopo giorno imparai a conoscerla: era molto sveglia, un po' gelosa quando si trattava dei suoi pochi averi, ma disposta a fare enormi sacrifici per gli altri. Aveva grandi occhi scuri, capelli neri sempre in perfetto ordine e un fisico gracilino. Quando giocava con me lei era la mamma e io la figlia, mi stringeva forte nelle sue braccia e mi bisbigliava all'orecchio che non mi avrebbe mai lasciata. E io, nonostante fosse una finzione, le credevo davvero, credevo che lei non mi avrebbe mai abbandonata. Se un tempo ero stata io quella a prendermi cura di lei, ora non avrei saputo resistere un giorno senza il suo dolce affetto. Nella mia convinzione che tutto sarebbe durato in eterno non mi accorsi che lei stava crescendo. Pian piano si fece slanciata, iniziò a guardare i ragazzi e a non stare più con me. E, cosa più dura da accettare, perse la sua personalità da bimba, acquisendone una nuova, quella da persona adulta. È con lei che per la prima volta mi sono accorta della differenza essenziale che c'è tra un bambino e un “grande”.
    Non so esattamente come o quando ma, ad un certo punto, non si inizia a crescere solo in statura, ma anche nella mentalità: le cose che un tempo sembravano essenziali, iniziano ad essere facezie, il tempo prima infinito diventa finito, anche solo una distanza che prima sembrava immensa, rimanendo sempre uguale, si accorcia.
    Una sera, il giorno prima di un altro Natale, Ana iniziò a raccogliere le proprie cose. Non riuscivo a capire. Cosa stava facendo? Se ne stava andando e non sembrava nemmeno intenzionata a tornare. Ad un certo punto, presa da un pensiero, si volse a guardarmi. Si avvicinò con passo incerto, mi prese tra le braccia e mi sussurò alle orecchie:
    - E di te? Cosa me ne faccio di te? Sai, cara la mia bambola, voglio partire e lasciarmi questa vita alle spalle. Non fraintendermi qui non sono stata male, però è ora di cambiare. E per farlo devo tagliare tutti i ponti. Dopo aver detto ciò, finì di preparare lo zaino, mi diede un'ultima carezza e corse via.
    Nel tentativo di seguirla mi aggrappai alla cinghia dello zaino. Riuscii a restare attaccata lì per un po', ma l'impeto della corsa e i continui movimenti repentini della cinghia mi fecero perdere la presa e cadere sul marciapiede. La vidi allontanarsi lungo la strada e diventare un puntino, perso all'orizzonte. Infine sparì dalla mia vista e dalla mia vita.
    Ed ecco sono finalmente giunta a parlare della mia Asia. Era il 25 dicembre quando mi trovò lungo quella strada. Mi raccolse e guardando verso la madre disse:
    - Questo è il più bel regalo di Natale che abbia mai ricevuto.
    Asia era una bambina adottata e di colore dalla spiccata fantasia. Dopo essere stata usata e maltrattata dal padre era stata portata via dal suo paese e affidata ad una nuova famiglia che l'amava. Nonostante il suo passato burrascoso mantenne sempre la sua gioia di vivere. Con lei ho capito il significato del Natale, con lei ho raggiunto la vera felicità. Il Natale non è un periodo dell'anno, è un qualcosa che risiede nei cuori. In questo periodo, ma non più che per il resto dell'anno, bisogna essere buoni e apprezzare ciò che ci viene dato. Mary non si accontentava di mille regali, mentre i bambini dell'orfanotrofio e del circo si divertivano e gioivano per molto poco. Non importa se il passato è stato brutto o difficile, non importa il colore della pelle o lo stato economico, con il Natale si ritrova la speranza, con il Natale si può cominciare un nuovo percorso e migliorarsi. Io ne sono un lampante esempio.



    SEZIONE SENIOR


    Ventuno segni (più j, k, w, x, y) - racconto in cinque movimenti di Antonella Bragagna

    I. La conoscenza
    C'è una donna di nome Nohajla, ed è sera.
    Ha trentotto anni, sta in Italia da cinque, ma sempre in casa, non sa l'italiano, o forse dieci parole in tutto, fra cui due essenziali: AIUTO, CARABINIERI, che grida appunto sul pianerottolo del primo piano, mentre le gocciola un labbro. Ha due bambini lei, ma dimostra vent'anni, giovane. Comunque uno lo ha in braccio, quello di un anno, e si chiama Nizar. Lei piange, si porta un pugno al viso per farmi vedere cosa le è successo, il marito sta sulla porta e dice “niente, niente”, lei si indica la spalla sinistra, fa di nuovo il pugno, il bambino che ha in braccio sta buono, lei piange. Altri due occhi scuri ci scrutano dalla porta dell'appartamento, la testa ricciola e nera: è Said, che ha quattro anni. C'è il padre fra lui e lei; fra lui e me. Dice
    — Niente, niente: è caduta.
    Non conoscono i capricci questi due figli, fanno i bravi. Nohajla cerca di vivere e sa due parole.
    Un altro vicino socchiude la porta, straniero anche lui, c'è un nome russo sul campanello. Io non capisco lei e le sue parole magrebine; lei non capisce lui, Sergej; lui non capisce me, che parlo loro in italiano. Insomma però ci guardiamo e si va avanti per vivere.
    Quella sera tutti via, Nohajla in ambulanza all'ospedale, il marito in Questura, i bambini non si sa: intanto sono con i carabinieri, arrivati in volo come angeli blu, certo, appena chiamati.
    Il giorno dopo suono alla porta. Nohajla mi apre e stavolta la vedo bene, tolto il velo che ieri sera le copriva la testa, tolto il trapuntino nero che la faceva sembrare piccola e tozza. Piccola lo è, ma è bella ed esile. Il viso minuto è dolce, incorniciato da capelli scuri, ora sciolti. Dietro le labbra un po' tumefatte mi sorride, pare tranquilla ora. La casa è pulita, sul tavolo briciole del pane che Nizar ha in mano e mordicchia; tre divani/sedili formano una U lungo le pareti del soggiorno, come un invito a sedersi, e a prendere il tè. Una musica per bambini viene dalla cameretta di Nizar e Said; lei dice “tutto bene”, anzi lo dico io e lei fa cenno di sì, con la testa.
    Può imparare l'italiano, penso. Deve impararlo. Così potrà uscire, trovarsi un'amica, spiegarsi alla Posta, o chiedere qualcosa in negozio.
    Il marito mi incontra, schivo, vuole evitarmi. Comunque è chiaro, ieri sera l'ho sgridato: perché mi capisse senza tanti fronzoli, gli era arrivato il mio sguardo feroce, insieme ad una sola, secca, parola:
    — Cattivo! Cattivo, non si fanno queste cose.
    Ibrahim, un ragazzo mio amico di Marrakech accetta di fare, telefonicamente, da interprete. Ibrahim lavora in Veneto, fra Verona e Padova, ma dal cellulare parla con Nohajla. Ho suonato alla porta, lei mi ha aperto, io gliel'ho passata. Come si fossero sempre conosciuti, eppure non si sono mai visti, si parlano lunghi minuti al telefono. Gli ho chiesto di chiederle se accetta che io le insegni l'italiano. Tutto qui, ma parlano a lungo. Cosa si diranno. A lei fa bene. Io mi godo questi suoni secchi ed aspirati. Nohajla ha due piedini nudi - in casa sta scalza.
    Ha paura che le tolgano i bambini, lei è senza lavoro. Invece il marito ce l'ha, fa l'autotrasportatore per qualche ditta italiana; e un'altra donna ce l'ha, a Bolzano; e la madre ce l'ha, qui in Italia, al Brione. Ibrahim mi spiega, ma io non ne so nulla di tutto questo, e neppure saprei farci nulla. Lui le deve solo chiedere se gradisce le mie lezioni di italiano. Gratis. Lei gradisce. Io incomincio.
    Le lettere, prima di tutto: questo universo mondo di pochi segni, ventuno. Più j, k, w, x, y. Che combinati insieme formano tutte le parole, migliaia. Ma per oggi qualcuna, per cominciare. Ventuno segni e il loro suono, poi segni e suoni combinati a due a due, e parole bisillabe dal suono piano. Fonemi. Scritti in stampato maiuscolo. La meraviglia di vedere che nascono parole sulla carta, la magia di una penna in mano e di un foglio bianco, come copiarle, come distinguere il suono della “A”, di “I” ed “E”, di “O” ed “U”, che non è facile.
    Nohajla legge e ripete, ricopia e scrive. Facciamo la spola fra soggiorno e cucina, lei apre gli armadietti, io vedo il sale, il pepe, il pane, la pasta, le patate, l'olio. Lei scopre il sale, il pepe, il pane, la pasta, le patate, l'olio.
    1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10. E la data di oggi. E quanti anno ho. E quanti anni ha.
    Da oggi non comprerà solo un ingrediente, un cibo; comprerà anche il suo suono, il suo significato. Farà “doppia” spesa, e non sapendo più come dirmi grazie, dal frigo prende uno yogurt e me lo mette in mano. Yogurt alla fragola.
    Domani appuntamento alle 18.00, le insegnerò i colori. E anche fiore prato ape cielo nuvola erba terra. Poi i giorni della settimana (per spiegarle l'ora della lezione di domani, ho tracciato un arco con sole in levata, mezzogiorno, luna al tramonto ad ore sei pomeridiane, ora che è febbraio), i mesi, le stagioni - sebbene non sia indispensabile conoscere il loro nome ora. Insomma, spazio e tempo, domani.

    II. L'uomo
    Buongiorno, come stai?
    Io sono armata di pennarelli, matita, penna, fapunte e gomma. In una teca ho messo molti fogli e ho preparato una tabella per leggere le sillabe.
    Nohajla per leggere prende il respiro come in procinto di cantare un assolo da soprano; va come un treno, a volte non sente nemmeno se la correggo. Entra il marito, lo saluto ed elogio sua moglie, lui ha scarsa convinzione sulle sue capacità, quanta considerazione. Io ribadisco che è brava. Silenzio. Impacciato, prima fa finta di fare la mia conoscenza e si presenta, poi mi dice:
    - Tu ci hai visto l'altra sera... Botte.
    - Sì, ma ora bene, vedo pace”
    Gli elogio il bambino, diamogli la possibilità di un riscatto. Nohajla scrive, impara i colori. Accarezza estasiata una piccola agendina verde, come di raso, sulla quale le faccio vedere quando ci vedremo la prossima volta.
    Entro attrezzata di maxi quaderno blu a quadretti, e due libri illustrati: uno è un allegato al dizionario italiano con frutta, verdura, mobili, indumenti, parti del corpo umano, animali, fiori, elementi dell'arredo urbano e tanto altro, tutto distinto e ordinato per categorie. Mi sembra l'ideale. Prima Nohajla imparerà i vocaboli, poi semplici forme verbali.
    E lettere per scrivere, sillabe per leggere, numeri per contare, parole per parlare. Insomma.
    Ho un mucchio di sogni nel cassetto, lei fuori dal cassetto. Ma non se ne fa nulla. Il suo bimbo piccolo piange e si stizza continuamente, secondo lei è malato e “ha la tuscia”, io di tosse non ne sento granché, vedo solo che sarebbe ora di metterlo a letto, ma lei non ha autorevolezza, né determinazione per farlo dormire; è stanca, distratta, ogni mezz'ora lo imbocca e lui comanda, lei obbedisce. Nohajla oggi ha dimenticato quasi ogni cosa imparata i giorni scorsi, torna schiava all'uomo, pur piccolo, del Marocco.

    III. La casa
    Piange piange. Dorme dorme. Ma che strana cosa: praticamente nessun giocattolo, all'infuori di una trottola con manubrio, che serve allora anche come volante, i bambini sono due.
    Le tende alla finestra sono di velo fiorate, e Nohajla mi ha detto che i divani/letti si dicono seddèri.
    Ora le cose vanno meglio, lei si concentra di più, perché Nizar dorme, e Said è all'asilo.
    Il cellulare squilla, però; e iniziano diatribe famigliari per l'uso, anzi meglio, per il disuso del bancomat, con bugie sul PIN dimenticato, richiesta del secondo bancomat di casa, minacce, corsa a nascondere quest'altra carta di pagamento sotto un seddèri. E le tasse:
    — Che cosa sono? 758 euro di “taxis”, da pagare. Vedi.
    Vedo. Nohajla me lo dice, perché lei ha saputo leggere l'indirizzo sulla busta che è arrivata oggi –è il loro– e la provenienza: “P R O V I N C I A T R E N T O”.

    IV. A volte
    Finalmente, dopo due tentativi andati male (e fra il resto, io mi sono un po' scocciata di non essere avvertita in tempo da Nohajla che l'incontro va a vuoto perché lei deve andare via, o perché il solito marito litiga e allora, capisco, lei non ha più voglia di “far scuola”; ma insomma quella che corre per arrivare in tempo a insegnarle sono io e poi non se ne fa niente), ecco, finalmente, incominciamo la lezione. Bene. Lei fa in tempo a leggere tre righe, e suonano alla porta. Uffa. Apre, è l'amica. Ha un volto bellissimo, incorniciato nello chador; un sorriso perfetto, dolcissimo, aperto. Anche la sua voce è dolce, il timbro armonioso. E con altrettanta grazia, dopo aver fatto le presentazioni, si siede, perché io le dico che Nohajla sta imparando l'italiano, e le chiedo di avere pazienza un po' di tempo, perché lei possa esercitarsi con me a leggere e a scrivere.
    Khadija dice di parlare abbastanza l'italiano perché ha imparato con i figli che vanno a scuola, ne ha tre. Oh, bene. Abita nel condominio di fronte. Ma sì, che bello, siete vicine. Sì.
    Allora, riprendiamo: io sono Nohajla; io sono mamma; io lavoro in casa; io lavo, io stiro; io cucino le patate. io ho un'amica che si chiama Khadija.
    Ogni tanto la guardo, lei ha ancora il cappotto addosso, ma non posso essere io a dirle di toglierselo, aspetta. Intanto Nohajla scrive. Le cose vanno così per un po', mi spiace Khadija debba aspettare; ogni dieci parole con lo sguardo le chiedo di perdonare il tempo impiegato. Aspetta.
    E io non me lo aspetto: inclina un po' la testa e mi dice
    — Se hai uno poco di tempo vieni a casa mia e tu puoi insegnare anche a me a scrivere? Come un raggio di sole che mi apre il petto. Certo!
    Khadija è andata a scuola per un anno, Nohajla invece per due anni, in Marocco, e così sa scrivere un po' l'arabo. E in Marocco, ma non è il loro caso, chi ha studiato francese, impara anche facilmente a scrivere in italiano, loro no.
    Propongo io: voi studiate insieme, io faccio lezione a tutte due, una così impara anche dall'altra. Oppure, se il bambino è sveglio, lo tieni tu, Khadija, e intanto Nohajla impara; poi, io insegno a te.
    — Sì, qui a casa. Sì, anche da adesso, vieni a sedere qui con noi e leggi…
    Io sono del Marocco, io sono mamma, io ho due amiche.
    Io non so come abbia fatto, certo Nohajla me lo spiegava ed era felice come una pasqua che “amica marocchina sindacato fatto conto banca qua garanzia soldi bambini banca qua io”, e mi mostrava la rastrelliera rotta di uno dei divani, spaccata dal marito mentre lei era a telefonare in strada, e lui con i bambini, e lei tornava, e lui gridava, e lei alzava adesso le spalle
    Chi se ne importa, tanto soldi qui banca amica.
    E mi mostra il modulo che domani alle 9.00 andrà a compilare - e finalmente avrà un conto suo.
    Il telefono di questa nuova donna piovuta dal cielo è scritto su un foglio appunti GCIL CAAF.

    V. La posta
    Ci sono due donne, lei ed io.
    Per farla breve, è diventata, quella tra di noi, un'amicizia lunga. Ha avuto inizio una sera movimentata di febbraio e siamo arrivate a settembre, il tempo non è stato, di per sé, molto. Ma le parole le abbiamo infilate sulle righe dei quaderni come collane. O se chiacchieravamo, Nohajla ed io, ce le siamo cucite addosso come cinture ad adornare la vita.
    Fatto sta, che ora nelle cassette della posta dei condomini anonimi e verdi di Via Magnolie, insieme alle bollette, ai resoconti bancari del mese, alle cartoline postali e agli avvisi di raccomandata, o alla pubblicità che vuole indurci a consumare approfittando delle ultime offerte, ogni giorno ci sono dei “pizzini”: sono i foglietti che ci imbuchiamo a vicenda, visto che gli impegni di lavoro tengono me troppe ore fuori casa e le incombenze di famiglia tengono lei troppo occupata. Per dirci, magicamente per iscritto un saluto, o “passa da me che ho cucinato il pollo e tu lo assaggi”, o “grazie perchè tu portato pere e cioccolata ai bambini”, o “il pane che sai fare tu (e lo impasti inginocchiata a terra e in quella larga scodella di coccio con moti magici e sapienti, antichi, delle mani, io lo so) è il pane più buono del mondo!”. “Oggi piove, spero domani sole giallo”.
    O per dirci, a volte, anche solo “grazie”. Sono queste le offerte speciali.


    La neve di Susanna Daniele

    L'atrio della stazione Santa Maria Novella è un enorme corridoio di transito. Non è più pomeriggio e non è ancora sera.
    I tabelloni elettronici di arrivi e partenze registrano ritardi su ritardi, nell'ordine di ore. Una voce femminile all'altoparlante si affanna a darne notizia senza spiegare il motivo. Misteriosamente la circolazione verso il nord appare bloccata all'altezza di Milano, ma anche i treni della linea tirrenica –la parola contiene la suggestione del mare– sembrano seguire una loro particolare e imperscrutabile concezione del tempo. Le Frecce rosse non sono più il simbolo della velocità.
    Una fila di senza tetto si sta sistemando sotto le tettoie esterne e interne. Su ogni cartone una serie di coperture composte da vari materiali nasconde un essere che cerca nel sonno un po' di calore. Da lontano somigliano a enormi carapaci. Fra i corpi raggomitolati, odori di sonno e rumori di respiri che si rispondono. Nella piccola sala d'aspetto, che chiuderà a mezzanotte, c'è molto caldo. Si accalcano i viaggiatori in partenza, appena si libera un posto, subito viene occupato, anche da un bagaglio. Uno vicino all'altra, giovani coppie di giapponesi sonnecchiano con le mani intrecciate, alla ricerca di un'intimità troppo timida per essere manifestata in pubblico. Un uomo dorme con la testa all'indietro, russando forte. Ha l'odore acre di chi è in viaggio da giorni. Una ragazza è vestita completamente di nero a più strati di abiti sovrapposti. Ha una valigia rigida rosso lacca che contrasta con il rigore monocromo della sua figura. Parla continuamente al cellulare per informare tutta la tribù dei suoi amici della tragedia che si sta abbattendo su di lei: perderà l'aereo per Londra. Tutti i presenti sono obbligati a vivere in diretta il suo dramma. Si avvicina alla porta una ragazza africana. Cerca qualcuno. Lancia all'interno uno sguardo sfuggente e se ne va. La donna della valigia In fondo alla saletta, nella parte chiusa dal vetro, una donna di età indefinibile, è imbacuccata in un grande cappotto sotto al quale si intuisce il seno pesante e i fianchi pieni. È bionda, di quei biondi che tendono al rossastro, il viso largo. Accanto a sé, una valigia di un modello antiquato, ormai scomparso dalle vetri46 ne e dagli armadi, tanto è fuori moda. Marrone con gli angoli ben squadrati, le chiusure a incastro e molte vecchie etichette attaccate qua e là. La donna la tiene vicina, quasi sopra al piede destro. La controlla continuamente. La porta della sala d'attesa si apre di scatto facendo entrare una ventata d'aria fredda. Una donna giovane e magrissima entra trascinandosi dietro due trolley, sproporzionati per lei. Si muove a scatti come se avesse le ginocchia rigide. Lo sguardo inquieto si posa qua e là, come a scegliere il posto dove sedersi. Non c'è scelta e si deve decidere per un posto sul fondo della saletta, vicino a altre due donne, quella con la valigia antiquata e la ragazza in partenza per Londra. La donna del libro Sistema i bagagli, poi si alza due volte, consulta il monitor con i treni in partenza e si rimette sconsolata a sedere. Il termometro della farmacia nell'atrio della stazione segna +1°. Un ragazzo entra e dice a voce alta “Sta nevicando!” eccitato dalla novità. Improvvisamente quella massa di persone semiaddormentate si risveglia all'unisono. Gli italiani escono in blocco trascinandosi dietro i bagagli, fanno qualche passo verso l'uscita della stazione e ritornano dentro. I tedeschi si alzano rumorosamente, senza capire bene cosa stia succedendo. Fuori della sala d'aspetto i suoni si sono fatti ovattati. La donna magrissima non è uscita; ha appena alzato la testa dal libro che sta leggendo. Sembra infastidita da quel diversivo che ha provocato scompiglio. Con una mano tiene un libro, con l'altra il cellulare. Non telefona, ma sembra aspettare una chiamata o un sms. Lascia cadere a terra il libro. La signora della valigia lo raccoglie e glielo porge. — “Oh, La musique d'une vie” legge traducendo il titolo direttamente in francese. Non sapevo che fosse stato pubblicato in Italia. Le piace? — Ma, non so, l'ho appena comprato– balbetta stupita. — Makine racconta una notte in una stazione degli Urali paralizzata da una tormenta di neve, piena di passeggeri in attesa di un treno verso l'Europa. Una metafora, o un fatto realmente accaduto, chissà. La donna del libro Non l'avevo notata, avevo altro a cui pensare. La donna, con quella strana valigia, sembrava venire fuori direttamente da un'immagine degli anni 50. Dopo mi sono vergognata a pensarci, ma lì per lì ho pensato che fosse una barbona che chiedeva qualcosa. D'istinto ho toccato la borsa per sentire se era chiusa bene. Aveva uno strano sorriso, triste e evanescente al tempo stesso. Non era italia47 na, da noi nessuna donna andrebbe in giro con abiti così fuori moda. Mi sono stupita dell'attenzione verso il libro che avevo distrattamente comprato all'ultimo momento. Dell'autore non sapevo niente. Chi era questo russo che destava tanto interesse nella mia vicina nella sala di attesa? Si mise a parlare con la voce calma e suadente di chi racconta storie ai bambini per farli dormire. Diceva che la stazione di ogni città è un ottimo punto di osservazione. — Siamo tutti in attesa: di qualcuno che deve arrivare, di raggiungere un luogo dove ricominciare. Tappe di un viaggio. Avevo iniziato ad ascoltarla per pura cortesia, poi i suoi discorsi avevano catturato la mia attenzione. Per un po' di tempo ero riuscita a dimenticare il motivo di quel viaggio e la telefonata che aspettavo spasmodicamente. La donna parlava di calli e campielli di una Venezia magica. Aveva il tono di chi manca da tanti anni e ricorda una città filtrata attraverso tutto il fascino del ricordo. Mi dovevo essere assopita perché a un certo punto ho sentito una mano leggera sulla spalla che mi scuoteva. — Sta arrivando il treno per il Brennero; se è quello che aspetta, si affretti: il binario è già pieno. Corsi al binario trascinandomi le mie valigie senza neanche ringraziarla. Aveva ragione, il treno era già pieno e molti tentavano di salire spingendo con ogni mezzo. Riuscii a farmi aiutare a tirare su i trolley ma non evitai le male parole di quelli che erano nel corridoio e che si dovevano spostare per farmi passare. Quando finalmente arrivai al mio posto lo trovai occupato. La signora si rifiutò di alzarsi dicendo che me la vedessi con il controllore. I suoi vicini girarono la testa dall'altra parte e nessuno si offrì di cedermi il posto, anche soltanto per un tratto del viaggio. Non ce l'avrei fatta a passare ore in piedi e già stavo pensando di scendere e aspettare il prossimo quando mi sentii chiamare. —Venga qua. Riconobbi la voce della mia vicina nella sala d'aspetto. Per la seconda volta in poco tempo mi sono sentita inadeguata di fronte a quella donna misteriosa. Ci sistemammo in uno spazio angusto fra due carrozze, ma almeno non era un punto di passaggio obbligato, né era davanti alla toilette. Appoggiai la schiena a una valigia e mi sedetti sull‘altra. La signora invece con il cappotto fece una specie di cuscino e ci si sedette sopra. Potevamo vedere i cristalli di neve che lambivano il vetro del finestrino. La donna della valigia Era poca la neve che stava cadendo rispetto a quella che avevo visto per tanti anni durante l‘inverno, eppure tutte quelle persone ne sembravano affascinate, quasi eccitate. Chi non sonnecchiava guardava fuori dal finestrino. E‘ l‘Italia, il paese del sole per definizione. La signora accanto a me sembra sofferente. È così magra che le ossa sembrano rientrarle. La sua sofferenza è tutta interiore, un grumo di dolore che le impedisce di respirare. Il cellulare è sepolto nella tasca. Ha smesso di aspettare. Ha gli occhi chiusi ma non dorme. La sento sospirare. Non posso fare a meno di aprire la mia valigia. Per prima cosa tiro fuori le foto, poi rileggo per l'ennesima volta la sentenza del tribunale che condanna quei soldati a una pena ridicola, da ultimo l'articolo del giornale del 2003 con l'inaugurazione del monumento alla memoria di Chris. La signora ha aperto gli occhi e osserva ma non chiede niente. La donna del libro Mi chiedo ancora se ho rimpianti nel lasciarmi alle spalle anni di vita con Stefano. No, nessuno, anche se i conti non tornano mai, l'unica certezza è la sensazione di aver perso. Difficile dosare la sofferenza, ci vorrebbe la bilancia con cui gli antichi egizi pesavano il cuore del defunto per valutarne la leggerezza. Ho sofferto a lungo l'indifferenza, peggiore del disamore. Analizzo la mia angoscia: non so cosa troverò alla fine di questo viaggio. Hans non mi ha telefonato né mandato un messaggio. Lo troverò alla stazione? Mi sembra di sentire la ruvidezza della sua barba e il calore delle sue braccia. Ma cosa ha questa strana donna nella valigia? È quasi vuota. Tira fuori documenti in tedesco, vecchie foto. Non avrà mica qualche problema psichico! La donna della valigia –D ove è diretta?” — A Bolzano. Lei?” — Proseguo per Monaco e là cambio per Berlino” — Un viaggio molto lungo. Quando arriverà?” — Il 5, in tempo per andare al cimitero dove è sepolto Chris. Lascerò una rosa e un libro di Brecht vicino al monumento che lo ricorda. Se vuole le racconto la storia. Vede i ragazzi in questa foto? Eravamo noi. Fu scattata da un cliente fuori dal ristorante dove lavoravamo. Siamo usciti con il grembiule da camerieri nonostante il freddo. Questa invece l‘ha scattata Margaretha, la mia compagna di stanza, una domenica di primavera. Chris fa lo scemo davanti all'obiettivo. È la sua foto più buffa, uno dei pochi ricordi che ancora mi fanno sorridere. Diventò amico di Christian, un ragazzo che faceva il cameriere insieme a noi, nello stesso locale. I due ragazzi avevano le stesse idee: non fare il militare per il regime, andare all'Ovest. I due Ci, come li chiamavo io. Sono davanti alla chiesa di St. Thomas a Lipsia. Ripenso sempre alla neve di quella notte in cui Chris mi disse che voleva passare il Muro, che dovevo stare tranquilla perché era venuto il primo ministro svedese e che i soldati non avrebbero sparato. — Siamo a un passo dalla libertà– mi disse. Invece era a un passo dalla fine. Quella notte, freddissima e chiara, Chris e Christian aspettarono che chiudesse il ristorante, poi si avviarono verso gli orticelli privati Harmonie sulla riva del canale. I vopos intimarono l'alt e poi spararono, per uccidere. Morì sulla striscia fra il muro esterno e quello interno. Quando corsi là l'avevano già portati via. La neve non era più bianca. C'erano rimaste le impronte degli stivali dei soldati e il sangue.” Questo è il monumento che il governo ha eretto qualche anno fa. È orribile, ma almeno è il segno che la grande Storia è passata anche da lì. Lacrime rigano il viso magro della signora. — Una ferita che non ha mai smesso di sanguinare… non ha avuto una sua vita, dopo?” — Si, certo. Mi sono sposata, ho avuto dei figli, ho divorziato. Come tutti. Ma la storia di Chris non l'ho mai dimenticata, non per motivi sentimentali, come potrebbe pensare lei, ma perché quella notte ho sentito l'alito della Storia vicino a me e io non sono più stata la stessa. Un alito glaciale e inebriante al tempo stesso, come i cristalli di neve. Il mio sarà un viaggio nella memoria di Berlino. Immaginerò di passare dall'est all'ovest, come i bambini che saltellano da una gamba all'altra. Soltanto dopo, vedrò con occhi da adulta, quello che è cambiato. Tutto scorre velocemente, forse troppo, e sta a noi donne preservare la memoria. Gli uomini fanno e disfanno, le donne si soffermano a raccogliere i ricordi, pezzo a pezzo, e li rimettono insieme.” A Bolzano la donna con il libro si preparò a scendere. Dopo la conversazione con quella sconosciuta, si sentiva più leggera e più forte. Si stava riappropriando della propria vita. Se non avesse trovato Hans alla stazione ad aspettarla, si sarebbe concessa una cioccolata calda nel più antico Caffè, senza fretta.


    Numero Verde di Luca Matassoni



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