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I fatti cinesi a Milano
Di marcolando (del 17/04/2007 @ 10:02:28, in Think Maker, cliccato 643 volte)

La sensazione della cronaca di sinistra ai fatti di China-town è stata senz'altro obsoleta. Si è di fronte ad una richiesta di riconoscimento e non di una ribellione, la modalità sembra la stessa, ma la sofferenza ha un grado più alto. Infatti se l'istinto ribelle di una collettività si fa largo è molto forte, preciso, determinato, capace di sfide, se prevale invece l'infelicità di una condizione di migrazione di popolo che chiede il modo di essere accettato con i propri stili all'interno di un altro popolo ( quello italiano ) la dimensione è lacerante e sconfina nella disfatta, nella disperazione, nell'autoabbandono oppure nella chiusura in sé.

La realtà è molto mutata: si è di fronte a popoli ( moldavi, cechi, senegalesi, marocchini, albanesi, cinesi ) che chiedono fino all'esasperazione agli italiani e non invidiano ma ammirano e si fanno in quattro pur di essere riconosciuti. Il problema del nostro Stato è non far cortocircuitare queste persone, queste etnie e non globalizzarle ma capirle. È un percorso secolare appena iniziato ed è molto importate che i due governi, nel caso cinese, si siano parlati. Non si tratta di consultazioni al vertice o di negoziati, si tratta di gettare dei ponti dove il governo cinese stesso riconosce a piena voce i propri figli in Italia.
Pomarolo, 16 aprile 2007